Palazzo Pandolfini, Firenze (XXXIII-XXXVI)

Stefania Salomone

Palazzo PandolfiniIl progetto del palazzo è attribuito da Vasari a Raffaello da Urbino, autore di un disegno per Giannozzo Pandolfini, vescovo di Troia, ben introdotto negli ambienti romani e vicino ai papi medicei. La residenza fiorentina è realizzata in più fasi, tra secondo e terzo decennio del Cinquecento, su terreni e sugli edifici di un convento appartenenti ai Serviti di Monte Senario. Viene prescelta un’area interna all’ultima cerchia di mura urbane ma poco edificata e il palazzo, posto in angolo con fronte principale sull’asse di via San Gallo e laterale su via Salvestrina, può disporre di un ampio giardino che giunge fino a via Cavour, dove oggi si apre un accesso. Giannozzo muore nel 1525, prima della conclusione dell’edificio: gli subentrano i nipoti, Pandolfo e Ferrando, con ruoli controversi e conflittuali. Nella costruzione, cui sovrintendono, secondo Vasari, dapprima Giovan Francesco da Sangallo e poi il fratello Aristotile, si possono distinguere almeno due fasi: nel 1516 è in corso di costruzione la facciata su via Salvestrina, dotata di grandi finestre a croce guelfa, in parte oggi murate, e negli anni ’20 del secolo viene realizzato un diverso progetto, che interessa la distribuzione interna e la fronte su via San Gallo.
Questa, inquadrata da angolari bugnati e sormontata da un ampio cornicione sotto cui corre una fascia recante un’iscrizione commemorativa, presenta quattro assi di aperture ad edicola, con alternanza di frontoni triangolari e curvilinei: al piano terra sono sobrie finestre inquadrate da lesene doriche, al piano primo porte finestra tra semicolonne ioniche con balconi a balaustri, leggermente aggettanti. Separa i due piani una ornata cornice marcapiano che si interrompe sull’angolo tra le due vie.
L’accesso alla residenza è un ampio portale, sottolineato dal robusto disegno a bugnato, rispondente sul giardino. Ha la funzione di ingresso al giardino e, attraverso la loggia, al palazzo. Sulla destra del portale è, in origine, il muro di chiusura del giardino, trasformato nel tardo Settecento in corpo aggiuntivo ad un piano, coperto a terrazza e forato da finestre simili a quelle del corpo principale.
In assenza di documenti che attestino l’attribuzione del progetto a Raffaello, l’ideazione è stata oggetto di controverse interpretazioni e si è ipotizzato, sulla scorta di documenti grafici, che l’edificio dovesse presentare dimensioni molto maggiori, sia in altezza che in estensione (Stegmann, Geymüller 1885-1908, VII, p. 1, tavv. 1-5; Limburger 1910, n. 535; Ruschi 1984, pp. 27-64; Frommel 1987; De Vita 1997, pp. 33-54; Pagliara 2004; Ruschi 2013, pp. 286-291).
Il palazzo nasce con ogni probabilità nelle attuali dimensioni e per molti aspetti risulta più affine ad una residenza suburbana aperta verso il verde che a un palazzo cittadino. I caratteri stilistici, che lo accostano alle architetture romane di Raffaello e di Antonio da Sangallo il giovane piuttosto che alla tradizione fiorentina, lo rendono un modello unico e innovativo che non avrà un seguito nella città.
I Pandolfini conservano ancor oggi la proprietà del palazzo, pur con passaggi ereditari dalla così detta ‘linea del palazzo’ ad altre linee. Sono stati effettuati ripetuti interventi di restauro (1870, 1954/56, 1994/96).