Collezione mineralogica

L’attenzione di Micheli per raccolte che non fossero esclusivamente botaniche sembra più tarda rispetto alle sue prime esplorazioni: se ai primi del Settecento Micheli era già stato più volte sulle Apuane, “l’erborizzazione era lo scopo unico e solo di questi viaggi: l’apertura della sua mente a svariati problemi naturalistici avverrà in altri luoghi” (Rodolico, 1963). E in tempi diversi; che però non tardano a venire. E’ il caso delle osservazioni sui vulcani spenti: già nel 1710, mentre sta raccogliendo piante nel Napoletano, l’attenzione di Micheli va anche alla particolare morfologia di Ischia e Procida, che gli appaiono “due vulcani estinti”. E quando oltre un decennio dopo osserverà le rocce in vari siti fra Radicofani e Montefiascone potrà dire di essere di fronte a “tanti vulcani o mongibelli estinti, del che non pare vi sia nessuno che ne favelli”.

Queste sue osservazioni saranno ritenute preziose e diffuse dall’amico e allievo Giovanni Targioni e un secolo dopo si potrà dire che si tratta di “uno dei grandi dati per decifrare in parte alcuni cangiamenti sofferti dal nostro globo terracqueo” (Procaccini Ricci, 1820). Più tardi, a definitiva conferma di quelle intuizioni, Rodolico parlerà di “primato indiscusso nella storia della geologia: nessuno aveva in precedenza riconosciuto un vulcano estinto al di fuori delle regioni vulcaniche attuali” (Rodolico, 1963).

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Micheli non si limita ovviamente al mondo dei vulcani spenti. Nell’incipit della Relazione di Targioni al viaggio compiuto con il suo maestro da Firenze a Cortona (1732) l’interesse per minerali e rocce è evidente, così come la volontà di stimolare curiosità e nuove competenze nell’allievo con lezioni “en plein air”: sono appena usciti da Porta San Niccolò e già Micheli sottolinea che “l’ossatura di tutti questi Poggi è di Pietra Forte, ma vi sono a luogo a luogo dei filoni di Alberese”. E poche righe più sotto: “Mi disse il Sig. Micheli che questo Spato, o Traso fa certi cotiledoni, o acetabuli molto curiosi, e fuori dell’ordinario, che egli altre volte in occasione di passare da questo luogo ne aveva visti, e raccolti molti de’ bellissimi […] Uno di questi Acetabuli credo sia quello, che trovai nella Raccolta Micheliana, largo lin. 18, alto 6” (Targioni Tozzetti, 1775).

Della consistenza delle raccolte lito-mineralogiche micheliane non sappiamo molto: sappiamo che si trattava di un numero considerevole di oggetti, raccolti direttamente nelle sue esplorazioni, o ricevuti dai suoi corrispondenti, o ancora acquistati da collezionisti, accollandosi volentieri costi che contrastavano con la sua condizione economica e i suoi magri introiti.

Conosciamo anche il valore attribuito alle collezioni al momento dell’acquisto da parte della famiglia Targioni:

Per tutta la raccolta de’ Fossili, secondo la stima fattane dal signor Cav. Giovanni de Baillou               285 scudi

Per tutta la raccolta de’ Testacei e Crustacei, secondo la stima fattane dal medesimo                            280 scudi

Nel 1829, alla morte di Ottaviano Targioni Tozzetti, fossili e minerali del Museo Micheli-Targioni (insieme a circa 4500 carte manoscritte di catalogo rilegate in 12 volumi recentemente digitalizzate) sono acquistati dal barone Bettino Ricasoli, che a sua volta li cederà al Museo di Storia naturale (1838). La collezione viene collocata in via Romana nella "gran sala detta dei minerali toscani". Dal 1929 si trova nelle sezioni di Mineralogia e Geologia del Museo.

Nel 1998 è iniziata la revisione inventariale: per quello che riguarda i 1272 oggetti “indicati da Giovanni come provenienti dal Museo Micheliano se ne riconoscono ben 618”; in ogni caso “purtroppo non sempre è possibile effettuare oggi l’osservazione diretta dei campioni perché la consistenza attuale della collezione è ridotta a circa la metà rispetto a quella originale come testimoniata dal catalogo” (Cipriani e Scarpellini, 2007).


Bibliografia della Mostra