"Casabella" pone alcuni quesiti sulla situazione creatasi dopo lo straripamento dell’Arno (rispondono: M. Dezzi Bardeschi, G. Morozzi, L. Berti, E. Brizzi, G. Gori, L. Ricci, L. Savioli, G. Michelucci, G. C. Lensi Orlandi, E. Detti)
I quesiti riguardano:
- I problemi relativi al ripristino degli edifici, i problemi e le prospettive di restauro dell’ambiente, soprattutto dei quartieri di S. Croce e S. Frediano
- I problemi di ordine urbanistico per l’hinterland
- Eventuali modifiche nelle scelte e obiettivi relativi ai vari settori dello sviluppo del sistema urbano e territoriale
- Dalla guerra è la seconda volta che l’equilibrio di Firenze è fortemente scosso. Può essere un’occasione di rinnovamento o il trauma richiede un reintegro delle strutture preesistenti?
Intervista a G. G. Gori, preside della Facoltà di Architettura:
Gori sottolinea il fatto che l’alluvione abbia rimesso drammaticamente sul tappeto il tema del cosidetto risanamento dei centri storici, problema generale in Italia. Così a Firenze la prima tentazione è “riparare i cocci”, cioè ripristinare tessuto e attrezzature cittadine così come erano prima del disastro. Ma secondo il Preside di Architettura bisogna superare questa logica, così come è stato dopo la guerra. L’alluvione ha messo in luce una serie di problemi da affrontare con immediatezza e ha reso evidenti carenze e inadeguatezze delle previsioni di ampliamento e sviluppo del territorio fiorentino come appaiono nel Piano Regolatore. A Firenze il territorio comunale è molto limitato e saturo, diviso tra zone sonnolente come Fiesole e Settignano e aggregati esplosivi come Scandicci, che alterano completamente l’equilibrio della città. Il Piano Regolatore andrebbe rifatto e inserito nella “visione più ampia di previsioni comprensoriali secondo l’asse di sviluppo Firenze-Prato-Pistoia”. Il piano comprensoriale è il giusto superamento di quello comunale e intercomunale.
L’alluvione ha inoltre costituito un forte richiamo alla realtà, per tutte le categorie sociali. Tutti hanno sentito il bisogno di riprendere subito le attività. Subito dopo il disastro strade e quartieri interi si sono autogovernati, in attesa degli aiuti organizzati. Si può sperare che la città sappia cogliere l’occasione unica, dopo quella della guerra, per realizzare un lavoro corale.
L’università è particolarmente coinvolta nel progetto di rinnovamento, in particolare la Facoltà di Architettura, disposta a occuparsi della città e a dare il suo contributo anche su temi specifici come l’assetto dell’università stessa, l’edilizia scolastica e sanitaria e interventi di tipo Gescal che prevedono due possibilità: l’intervento nei centri storici (risanamento) o il piano pilota, cioè il quartiere nuovo con progettazione integrale.
Gori sottolinea la grande espansione della Facoltà degli anni dal dopoguerra in poi e la situazione carente delle aule di lezione. Inoltre: “Un altro fatto che aggrava la situazione è costituito dalla biblioteca che ha continuato a girare: prima all’Accademia di Belle Arti, poi alla rotonda del Brunelleschi, ora al Palazzo di San Clemente, recentemente acquistato. I corsi che si svolgono nelle vicinanze della biblioteca e gli istituti ubicati nei pressi si avvalgono di questo servizio, gli altri no”.
Parlando infine del piano dell’Università di Firenze, che prevede la Facoltà di medicina a Careggi, le facoltà umanistiche nel centro storico e le facoltà tecniche lungo l’asse Firenze-Prato-Pistoia, ribadisce la necessità di superare il concetto di campus o college per formulare quello di università-territorio: una sorta di comprensorio in cui le facoltà e i dipartimenti “si seguano in maniera non ‘chiusa’ dall’extra città”. Dovrebbero cioè essere possibili le più ampie compenetrazioni delle strutture universitarie con attività e insediamenti cittadini, proprio perché si sente che università e società sono due cose che vanno relazionate in maniera sempre più precisa”.
