Più problematica è la rievocazione del duello attuata da Manzoni, nel capitolo IV dei Promessi sposi (1827, 1840), narrando le vicende del giovane Lodovico, prima della conversione che lo porta ad assumere la nuova identità di fra' Cristoforo e a iniziare una vita di redenzione: la sfida è un atto di orgoglio e di violenza e culmina in una tragica ingiustizia.
Anche in Fede e bellezza (1840) di Niccolò Tommaseo - non un romanzo storico, ma un ritratto di vita contemporanea - nel duello il motivo patriottico si complica di una valutazione morale. Il protagonista, Giovanni, sfida a duello un francese, reo di insulti nei confronti dell’Italia, ma cerca di conciliare l'imperativo patriottico con l'imperativo morale cristiano: affronta il duello, alla pistola, come un atto sacrificale, determinato a non colpire l'avversario e a lasciarsi piuttosto uccidere, offrendo alla patria la sua vita.
Invece, i Sonetti romaneschi di Belli (1886-1889, 6 voll., prima edizione integrale: ma i testi sono degli anni Trenta e Quaranta), attraverso l’ottica popolare della «plebe di Roma». di cui vogliono essere uno straordinario «monumento» secondo le parole dell'autore, offrono un’immagine dissacrante del duello, dei suoi riti e delle sue cause. Lo sconsolato pragmatismo popolare vi smaschera l’irragionevolezza della pratica duellistica; soprattutto, quanto insensata sia l'antica pretesa di rendersi giustizia con il duello, affidandola alle armi e al «capriccio della sorte».
I promessi sposi, 1827, 1840
In un duello per punto d’orgoglio, atto di prevaricazione violenta, il giovane Lodovico uccide lo sfidante, che ha trafitto il servitore Cristoforo, slanciatosi in suo aiuto, e di cui poi assumerà il nome, come atto di penitenza.
Le illustrazioni dell'edizione del 1840 sono realizzate da Francesco Gonin dietro precise indicazioni dell'autore.
01-04. Alessandro Manzoni, I promessi sposi, Milano, Guglielmini e Redaelli, 1840 (Biblioteca Luigi Crocetti, Firenze).
Fede e bellezza, 1840
Il protagonista Giovanni affronta il duello, alla pistola, contro un francese reo di aver insultato l’Italia, come un atto sacrificale, determinato a non uccidere, in ossequio alle proprie convinzioni religiose, e a offrire piuttosto la propria vita come testimonianza dell’amor di patria, e come paradossale gesto antiduellista. È gravemente ferito al petto dall'avversario, al primo colpo, ma risponde mirando a un ramo d'albero. L'avversario allora gli tende la mano, e gli diventa amico.
01-08. Niccolò Tommaseo, Fede e bellezza, Italia, s.e., 1840 (Biblioteca Umanistica, Università degli Studi di Firenze).
Er torto e la raggione, 1834
«Aibbò, nun zo’ le ssciabbole e le spade / Che ddistingueno er torto e la raggione», recitano gli endecasillabi incipitari di un sonetto belliano del 1834.
01-02. I sonetti romaneschi di G. G. Belli pubblicati dal nipote Giacomo, a cura di Luigi Morandi, Lapi, Città di Castello, 1885-1889, vol. III (Biblioteca Umanistica, Università degli Studi di Firenze).