Micheli, P.A., Nova plantarum genera iuxta Tournefortii methodum disposita quibus plantae 1900 recensentur... Florentiae : typis Bernardi Paperinii, 1729
Se la pubblicazione del trattatello sull’Orobanche (1723) aveva già messo in luce le potenzialità di Micheli, a ben altri obiettivi il botanico fiorentino guardava già dalla fine del decennio precedente: “esortato dagli amici, concepì la grandiosa idea di correggere ed ampliare il metodo Turneforziano, e gettò i fondamenti della bell’opera dei Nuovi Generi delle piante” (Targioni Tozzetti 1858).
Pressoché completata e sottoposta al Granduca Cosimo III già intorno al 1720, l’opera Noua plantarum genera è dunque pronta per le stampe, ma Micheli deve cedere il passo a Michelangelo Tilli, professore di botanica e direttore dell'Orto pisano, e al suo Catalogus plantarum Horti Pisani (1723). Anzi, dovrà lui stesso curarne la pubblicazione: al Tilli vengono pagate la carta e l’incisione di alcune tavole in rame, mentre al “povero” Micheli viene imposto di sospendere la stampa del suo libro, e di prestare tutta l’assistenza a quella dell’opera del Tilli. Un incarico che terrà Micheli impegnato per quasi due anni e mezzo, ma che egli assolverà con grande dedizione. Del resto “egli che, più che alla fama propria teneva a che i risultati delle sue ricerche divenissero di dominio pubblico, approfittò ingenuamente per inserirvi i nomi e le località di origine di parecchie centinaia di specie, non coltivate, né suscettibili di esserlo, nell’orto Pisano, ma da lui scoperte nel corso delle sue escursioni botaniche, nello stesso modo che molte altre erano già state pubblicate nelle opere di parecchi suoi illustri corrispondenti” (Negri 1939).
Finalmente, nel 1729, l’opera che consacrerà Micheli fra i contemporanei e che ne farà il padre della moderna micologia vede la luce. Le difficoltà e le amarezze patite nel reperire i fondi necessari per le incisioni e la stampa non sono poche: sempre Giovanni Targioni Tozzetti ricorda che “gli convenne ricorrere al partito di chiedere, e quasi dissi mendicare qua e là associazioni, con esigere denaro anticipato”. Per questo in ognuna delle ottime tavole, molte delle quali saranno utilizzate da Linneo per i suoi studi, e che purtroppo sono senza riferimenti al disegnatore e all’incisore, vengono ricordati i benefattori che le hanno “sponsorizzate”: di essi si dà anche l’elenco nelle parti preliminari del volume.
L’autore definisce l’opera un’appendice alle istituzioni di Tournefort: “rispetto a que’ generi di piante, non tocchi dal Tournefort […] quest’opera può considerarsi come un’Appendice delle sue Instituzioni; e rispetto a quelli, che spiegati da lui, ma non a bastanza, io ho suppliti, e illustrati, può considerarsi come un compimento di esse”. La modestia innata del botanico fiorentino evidentemente non riesce a mascherare la consapevolezza di quel “compimento”.
All’opera sarebbe dovuta seguire almeno una seconda parte: la mole dei manoscritti è lì a dimostrarlo. D’altra parte le polemiche che avevano accompagnato le attestazioni di stima, il lavoro di raccolta che prosegue incessante (nei dintorni di Firenze, in Toscana, ma anche in Istria, in Puglia, in Romagna, nel Veneto) e la morte prematura hanno impedito la prosecuzione del progetto micheliano.