Nel panorama internazionale delle riviste d’arte e d’architettura apparse nell’arco cronologico della sua pubblicazione, «Wendingen» si distingue per la veste editoriale, improntata ad un esibito carattere di raffinato prodotto artigianale.
Il menabò del nuovo periodico illustrato studiato da Wijdeveld, che ne sarà redattore capo fino al 1924 e componente della redazione fino al 1926, presenta come caratteri distintivi il formato pressoché quadrato (33 x 34 cm), la stampa solo sul recto dei fogli poi piegati per formare due pagine, la rilegatura alla giapponese con rafia.
L’uso della piegatura a soffietto dei fogli e della loro rilegatura con rafia aveva qualche precedente nell’editoria della fine del XIX secolo, in particolare in Gran Bretagna e in Olanda, ed era una delle tante manifestazioni della voga japoniste che aveva interessato l’Europa nella seconda metà dell’Ottocento.
Il formato
Le caratteristiche del formato, della stampa dei fogli e della rilegatura continuavano tuttavia a rimanere inconsuete e si scontravano con l’opposizione dei possibili editori, come riferisce Wijdeveld: "Ingenuo e senza ambizioni commerciali, ma spinto da propositi lodevoli giravo con Sam De Klerk e Piet Kramer da un editore all’altro, e questi - per quanto entusiasti del progetto di pubblicare una rivista europea - rifiutavano il formato quadrato, la particolare piegatura delle pagine e l’impaginazione tipografica. 'Che ne sanno gli architetti di stampa e editoria? Curatevi dei testi e del materiale e noi penseremo al resto'.[…] Così alla fine mi rivolsi, solo e disperato, allo scrittore di politica e letteratura Henri Wiessing, che proprio in quel momento stava per pubblicare il settimanale «De nieuwe groene». Egli ascoltò con interesse l’esposizione del nostro progetto, cosa che mi incoraggiò a tirare fuori il numero modello. Appena l’ebbe guardato, prese il telefono e domandò: 'È possibile stampare pagine del formato 33 x 66 cm.?'. […] compresi che stava telefonando al suo stampatore. Subito dopo disse: 'La vostra associazione avrà il mensile, preparate in fretta il primo numero!'”[1].
Nel formato, previsto nel menabò di 33 x 33 cm, è lecito scorgere un riferimento ai 33 gradi della massoneria nella riforma di Elia Ashmole. Simbologie di derivazione massonica e esoterica sono del resto ricorrenti nelle copertine di «Wendingen».
Il carattere
Per il testo, distribuito su due colonne e inserito entro una cornice formata con materiali della cassetta dei piombi (in particolare filetti di diverso spessore), è adottato un carattere senza grazie, privo cioè dei corti tratti terminali delle aste delle lettere, elaborato dallo stesso Wijdeveld. L’impiego del carattere senza grazie risaliva già alla prima metà dell’Ottocento, ma il suo uso era rimasto circoscritto a stampati di carattere pubblicitario. Come iniziatore negli anni 1890 della sua utilizzazione nella composizione di testi è solitamente indicato Stefan George, ma solo dal 1907 l’uso del carattere caro al poeta tedesco comincerà a diffondersi nella forma dell’Akzidenz Grotesk della fonderia Berthold [1].
In «Wendingen» l’adozione di questo carattere può trovare una spiegazione nella concordanza sul piano formale della sua semplicità con le ornamentazioni lineari delle pagine della rivista e con i titoli degli articoli composti con materiali della cassetta dei piombi.
Lo stile tipografico
Altra caratteristica della tipografia di «Wendingen» è la trasgressione dal principio della simmetria assiale: "In una composizione non assialmente simmetrica, si introduce un effetto di movimento nella pagina collocando da un lato le masse di nero - scrive Hans Oldewarris - e permettendo così alla massa di bianco di giocare un ruolo separato dall’altro lato. Questo principio di simmetria non assiale spesso investe due pagine affrontate. Wijdeveld con questa soluzione tipografica seminò il disordine in un indirizzo nel quale la tipografia era considerata il più importante esito nella concezione grafica del libro e che era nato come reazione alla stampa dell’Ottocento, quando caratteri tipografici diversi erano confusamente usati come intercambiabili, senza alcun senso dei rapporti. Si formò così un gruppo di grafici attivi in campo editoriale - chiamati ‘tipografi’ - che affermava il primato della tipografia […] La costruzione della pagina era equilibrata e assiale e la tipografia non era appariscente, per disturbare il meno possibile la lettura.[…] Sono le loro idee quelle che riscuotono la maggior attenzione nella storiografia dell’arte del libro olandese. Alla anomala tipografia di Wijdeveld è stata riservata una sporadica attenzione, per un misto di irritazione e gelosia. Irritazione soprattutto per la presunta illeggibilità, che è invero solo sostenibile a proposito dei titoli […] Gelosia per quanto concerne la gioiosa aggressività di «Wendingen»"[1].
Che gli architetti olandesi si interessassero di grafica e tipografia era un fatto tutt’altro che inconsueto: in questo campo di attività tra i predecessori di Wijdeveld spiccano infatti i nomi di Berlage, De Bazel e Lauweriks. Quest’ultimo, durante la sua permanenza in Germania, aveva pubblicato a Düsseldorf la rivista «Ring»(1908-1909), modello di riferimento di «Wendingen» per l’adozione della rilegatura alla giapponese e del carattere tipografico senza grazie per i testi.
L’opera grafica e tipografica di Lauweriks ha indubbiamente esercitato un notevole ascendente su Wijdeveld, la cui produzione, tutt’altro che occasionale, si segnala per ampiezza e varietà di prodotti (manifesti, diplomi, ex libris, vignette, carte da lettere, serie di caratteri tipografici, impaginazioni e decorazioni di libri e di stampati vari) e presenta pure tratti di originalità.
L’impronta di Wijdeveld è evidente anche nell’impostazione grafica e nell’impaginazione degli altri periodici di Architectura et Amicitia: «Architectura» e «Bouwkundig Weekblad Architectura». Per quest’ultima rivista, di cui è presidente della redazione, Wijdeveld sceglie un formato quadrato che richiama quello di «Wendingen», mentre il testo è distribuito su tre anziché su due colonne.
In Olanda l’influenza del complesso di questa produzione, alla quale sono state applicate definizioni come 'stile Wendingen' o 'tipografia Wijdeveld', è evidente soprattutto nel corso degli anni 1920, e più sporadicamente fino agli anni 1930, nell’opera grafica e tipografica di Fré Cohen, Chris van Geel, Pieter H. Hofman, Jacob Jongert, Anton Kurvers, Otto van Tussenbroek, Jan Van de Vecht, Wim Wynman e anche, sia pure in minore misura, di Piet Zwart che, dopo l’allineamento alla nieuwe zakelijkheid, criticherà Wijdeveld per avere realizzato "soluzioni molto ornamentali con mezzi tipografici" e per aver composto "intere pagine con pezzi di piombo"[2].