Gentilezza e cura. Un ricordo di Silvia Noferi
Ho avuto contatto con Luca per poco tempo, purtroppo.
Soltanto in occasione della mostra all'interno del ciclo Archi-tè, ma ricordo due parole a cui ho immediatamente pensato, passando un po' di tempo con quel Signore che conoscevo per la prima volta: Gentilezza e Cura. Si percepiva chiaramente che ciò che faceva cercava di farlo al meglio, con estremo rispetto e con passione. Mi sono sentita accolta, in quella stanza di passaggio dove offriva cultura e coinvolgimento per tutti quelli che avevano voglia di coglierlo.
IL NIDO
di Cristina Petrelli
Tra l’albero e vedere l’albero
Dov’è il sogno?
[…] E io sono triste
Perché non so se la curva del ponte
È la curva dell’orizzonte …
(Fernando Pessoa)
La piccola cappella si trova lungo la strada sterrata che sale nel bosco. La sua presenza orienta e rassicura, inserendosi nel paesaggio con armonia. Si apre, subito sotto al tetto, una specie di ampia fenditura. In basso, in lettere nere su fondo d’intonaco bianco, si legge una parola scritta in stampatello: <NIDO>. Piace pensare che, il capofamiglia pennuto, intinta una piuma nell’inchiostro, abbia deciso di indicare la sua casa. Magari mosso dal timore di spiegare di che cosa si trattava, essendosi guardato intorno e visto sempre più raro, in via d’estinzione.
Su questo senso di perdita gravita la serie Sottovetro di Silvia Noferi (Firenze 1977). Le fotografie che formano il lavoro, come fossero polpastrelli sporchi d’inchiostro, esprimono pienamente la poetica dell’artista: la sensibilità disarmata verso la realtà; il mondo lirico, palpitante di gioco e scoperta; il gusto lievemente voyeuristico, del guardare senza essere visti, che sconfina in una dimensione onirica. Un lavoro complesso, articolato in due trittici e tre dittici, dove il fine comune passa per linguaggi differenti. I trittici, di forma ovale, accennano piccole storie venate di nostalgia e poesia. Colui che guarda viene reso partecipe dell’azione: osserva chi osserva, vede ciò che viene visto, conosce l’esito. Gli uccellini, tenuti dal ragazzo nella mano dietro la schiena, diventano il segno della disillusione per non aver trovato altro che un gambo di tavolo come legno. Sentimento che, assunta la forma di una caramella, si ritrova identico nell’altro trittico. Dotata di un cannocchiale, la ragazza ricerca la natura e finisce sulla costa toscana di Rosignano Solvay. Ciò che trova non è altro che un paesaggio fortemente contaminato dalla presenza dello stabilimento industriale. Nei dittici, di forma rettangolare, la relazione fra le immagini si fa più ermetica. Le corrispondenze silenziose formano dei vuoti inquietanti che vengono riempiti con un sofferto senso d’impotenza. L’artista accosta le scimmie del Museo della Specola all’impianto geotermico di Larderello. Gli animali imbalsamati, conservati in una teca, si trovano vicino a un paesaggio che appare visivamente inquinato da chilometri di tubature zincate.
Una dicotomia tra naturale e artificiale che, costante in questo lavoro, innesca un cortocircuito semantico che coinvolge il concetto stesso di natura. Quest’ultima possiamo trovarla nei motivi decorativi scelti dall’artista, negli elementi inanimati conservati sottovetro nei musei e ancora negli scatti che presentano panorami extra-urbani. Ogni particolare si carica di significato, arrivando a dichiarare la difficoltà contemporanea di identificare qualcosa che possa essere ritenuto propriamente naturale. Perfino osservando un paesaggio potremmo sentirci come quell’uccellino che, per non essere dimenticato, ha scritto a chiare lettere: <NIDO>!.
Le vedute toscane fotografate dall’artista conducono a riflettere su un fenomeno non solo italiano: il Land uptake (consumo di suolo). Negli ultimi anni si è verificata una progressiva trasformazione del territorio nella direzione di una crescente urbanizzazione. Tendenza che non trova riscontro negli andamenti demografici, ma che piuttosto ha radici prettamente economiche. <La nostra società nutre un marcato disinteresse per i valori connessi alla risorsa “suolo” ed è inconsapevole della sua irriproducibilità>. (Bernardino Romano)

Dalla serie Sottovetro emerge la considerazione che, per trovare la natura, sia più semplice guardare indietro, andare nei musei. Questo riferimento al passato viene evocato nell’uso del formato ovale, negli oggetti scelti, nei soggetti fotografati e nel vetro. Un materiale dalla forte valenza metaforica. Diretto l’accostamento con il mezzo fotografico, unico medium utilizzato dall’artista. Il vetro, come la fotografia, indirizza il punto di vista, circoscrive la visione; crea un filtro, un’inevitabile distanza con il soggetto; rallenta il tempo, proteggendo dall’ambiente circostante o bloccandolo come istante sulla pellicola; concede la possibilità di ammirare, osservando l’immagine scattata o contemplando mondi altrimenti inaccessibili; offre uno “sguardo altro”, diverso dall’occhio umano, tecnologico, indiscreto. Paragone presente nell’intero lavoro quasi indipendentemente dalla volontà dell’artista. Cercata è invece l’accentuazione di alcune specifiche caratteristiche di questo materiale. Il vetro potenzia la visione, è uno strumento al servizio della tecnologia; conserva e protegge; permette l’incanto della contemplazione; costituisce un limite, un filtro di separazione, (le figure sono riprese in studio). Attraverso una parete di vetro, alta due metri, Joseph Kosuth divide in due parti un’intera isola, dove si arriva unicamente in barca. La barriera eretta dall’artista, nella Villa di Celle vicino Pistoia, diventa un limite invalicabile nel momento in cui la trasparenza del materiale permette di vedere un piccolo edificio bianco. Si tratta di un tempietto ottocentesco in cui è conservata una statua di Venere. L’artista lo rende di fatto inaccessibile. Un limite che Silvia Noferi percepisce con forza. Nel suo lavoro è come se questo muro di vetro ampliasse illimitatamente i propri confini. Diventasse una gabbia trasparente, invisibile ma sempre presente. Siamo noi ad essere sottovetro, ma non possiamo soccombere così. Guidiamo il nostro boscaiolo fino al nido, quello con la targhetta, e poggiamo gli uccellini nella loro culla naturale. Li sentiremo cinguettare, impazienti di vita, con il vento che spettina il piumaggio in attesa di spiccare il volo. Speriamo che non sia solo un sogno.
Il comunicato stampa

La Locandina

