
Giorni di luce azzura - in memoria di Luca De Silva. Un ricordo di Cristina Petrelli
Evidentemente Luca nel mio destino doveva proprio esserci.
La sua vita si è intrecciata alla mia, così, naturalmente, portandovi gioia, energia, inesauribili stimoli e fatti che non avrei mai potuto ignorare. Perché in quella calda estate che se l’è portato via, nemmeno un mese prima, ho perso anche il mio unico fratello. Si chiamava proprio come lui e lo conosceva.
Luca, il nostro Luca, credeva nel destino, lo osservava e non ne aveva paura. Ricordo lo splendido periodo in cui approfondii il suo lavoro, seguendone tutti gli sviluppi sin dagli esordi, dovendo occuparmi della stesura del testo critico per il catalogo della mostra antologica presso Palazzo Medici Riccardi. Lo stupore con cui compresi quanto per lui l’arte dovesse essere libera, restare espressione pura dello spirito. Con estrema fermezza si era sempre opposto allo stile distintivo, unico e riconoscibile. Per lui l’arte era cambiamento, costante ricerca, in tutto accostabile al cammino dell’esistenza e non poteva venire etichettata o peggio rimanere sempre uguale a se stessa. Un atteggiamento di ribellione, sottile e intelligente, che lo aveva portato a sperimentare ogni possibile modalità espressiva: dalla pittura alla scultura, dall’installazione alla performance, dalla fotografia al video fino alla scrittura. Il tutto a discapito dell’inserimento all’interno del sistema dell’arte, verso il quale si dimostrava critico ma attivo, partecipando a mostre, incontri e discussioni. D’altronde egli stesso era un promotore culturale, attraverso la realizzazione di mostre e iniziative all’insegna della diffusione dell’arte contemporanea. Quanta stima e rispetto profondo aveva verso coloro che dedicano la propria vita all’arte. Era indispensabile per lui avvicinarsi ad ogni manifestazione artistica, dialogare con gli artisti e comprenderne le spinte creative. Perché l’arte per Luca era parte sostanziale della vita.
Ricordo benissimo, e come potrei dimenticarlo, la telefonata dove mi disse che qualcosa non andava. Non si sentiva bene, aveva un fastidio alla gola. E la malattia è partita da lì, privandolo della parola.

Ma non l’ho mai visto abbattuto. Inalterati il suo sorriso aperto e buono, l’autoironia e l’immensa disponibilità. Ha affrontato la malattia con una dignità immensa e quando questa, rapidamente, ha compromesso in modo sempre più invalidante il corpo, lui ha sempre reagito. Ha reagito continuando ad essere quello che era sempre stato. Perché per Luca, il corpo non era altro che un contenitore. Certo bisognava conviverci e gestirlo, nel bene e nel male, ma era destinato a finire. Così, il suo atteggiamento, aveva confermato quello che sin dal primo incontro avevo pensato di lui: una persona la cui anima sovrastava il corpo e non era certo la caducità e mortalità dello stesso a preoccuparlo, tanto l’anima era nutrita e costantemente alimentata.
Qui a Firenze facemmo la nostra conoscenza. Il destino cominciò a intrecciare le sue trame, mentre ce ne stavamo tranquillamente seduti a conversare davanti a una tazza di tè. Un amico comune ci presentò, Sandro Acquaticci, artista e gallerista. Io ero arrivata da poco in città, vincitrice di concorso, quando Sandro mi chiamò proponendomi la cura della mostra personale di Luca De Silva che aveva intenzione di organizzare presso il suo spazio di Macerata, la Galleria Fuorizona artecontemporanea. Così ci incontrammo, sarà stato l’autunno del 2010, iniziando da subito a parlare di arte. Una grande affinità accompagnò le nostre parole, con Luca che aveva già in mente una serie di opere pittoriche, fotografiche e installative tutte orientate al viaggio. Un viaggio molto particolare, dato che la sua intenzione era quella di riflettere sulla prematura scomparsa della nuora, avvenuta da pochi mesi. Nelle sue opere la morte non era la fine, ma diventava un viaggio verso una Destinazione ignota, da qui il titolo della mostra che si tenne nella primavera successiva.
Non fu quella, però, la prima occasione in cui sentii parlare di lui. Anni prima, proprio Sandro, mi fece vedere delle fotografie di suoi lavori. Erano stati compagni all’Accademia di Belle Arti di Firenze, alla metà degli anni Settanta, lui e Luca, e in quel contesto era nata un’amicizia forte, schietta e leale. 
Erano fotografie in bianco e nero che non ho mai dimenticato, tanto le trovai interessanti. Si trattava della serie dedicata ad Azione-impronta-identificazione, anche se a quel tempo ancora non lo sapevo. Opere in cui, Luca De Silva immergeva un oggetto nel colore per poi appoggiarlo sulla superficie dell’opera. L’oggetto veniva poi tolto lasciando la sola traccia del contatto. Luca documentava la performance con fotografie (quelle che Sandro ancora gelosamente custodisce) per poi esporre l’oggetto utilizzato come matrice accanto all’impronta lasciata sulla tela. Un lavoro molto bello, dove l’interesse si concentrava sulla relazione esistente tra artefice, oggetto e opera in un rapporto osmotico, di continuità e identificazione. Inevitabile accostarli ai coevi movimenti dell’Arte Povera, per la scelta dei materiali, del Nouveau Realism, per l’utilizzo di oggetti prelevati direttamente dalla realtà e dell’Arte Antropologica, nel dare al frammento valore di testimonianza, affermando l’inestimabile valore della memoria.
Finita l’Accademia di Belle Arti ognuno è andato per la propria strada. Mentre Luca è rimasto nell’amata Firenze, Sandro è tornato nella sua città, Macerata. Eppure, nonostante la distanza e le esistenze diverse, la loro amicizia è rimasta unica e nelle occasioni in cui li ho potuti vedere insieme, la sensazione è che proprio il tempo non avesse mutato nulla; c’era nei loro discorsi e nel temperamento lo stesso entusiasmo degli anni giovanili. 
Luca mi ha donato giorni di luce azzurra, in cui una musica interiore lasciava l’anima libera di vibrare e il cuore di nutrirsi di immortalità. Giorni in cui le molteplici occasioni di collaborazione, dalla cura di alcuni appuntamenti dell’Archi-tè alla redazione di articoli per giornali e presentazioni di mostre, si univano al grande piacere di stare insieme. La sua casa aveva sempre le porte aperte; era accogliente e piena di vita. L’amore tra Luca e Alba Rosa era solido, percepibile in ogni gesto e nella stessa aria che si respirava e i loro inviti a cena diventavano indimenticabili momenti di crescita. Innegabile dire come non avrei mai voluto che tutto questo finisse.
Ora mi piace immaginarci seduti ancora davanti a una tazza di tè, io come Alice e Luca trasformato nel Cappellaio Matto, personaggio a cui era molto affezionato, a dirci un po’ come nel film:
Alice: Oh! Cappellaio … temo che io e te non ci rivedremo.
Cappellaio: Mia cara Alice … nei giardini della memoria, nel palazzo dei sogni: ecco dove io e te ci rivedremo.
Alice: Ma un sogno non può essere realtà!
Cappellaio: Chi decide cosa è (reale) e cosa non è?
Chi è Cristina Petrelli
Cristina Petrelli lavora alle Gallerie degli Uffizi.
Si è laureata in beni storico artistici all’Università di Macerata e ha da subito approfondito il settore dell’arte contemporanea curando mostre presso spazi pubblici e privati e collaborando con riviste di settore.
Ama disegnare, dipingere ad acquerello e scrivere.
Vive a Pelago insieme a Lorenzo e al loro bambino Leonardo, quattro gatti e un ormai anziano cane.
Cristina e Luca si sono conosciuti a Firenze nel 2010, quando Cristina ha curato una mostra di Luca a Macerata. Sono rimasti poi in contatto e Luca ha coinvolto Cristina negli Archi-tè.
Cristina ha collaborato con Luca alla realizzazione di diversi Archi-tè nel 2013 e 2014:
- Vite di uomini non illustri, di Alessandra Baldoni, 31.1.2013
- Tentativo di produzione di un'alba, di Franco Nardi, 28.2.2013
- Sottovetro, di Silvia Noferi, 12.4.2013
- Sic dulce est, di Giovanni Gaggia, 12.7.2013
- Exit, di Aleksandra Zurczak, 13.2.2014
- Oltre il corpo, di Mona Lisa Tina, 10.4.2014
