La lingua della Commedia e le sue traduzioni

Ezio Anichini, Divina Commedia, Purgatorio, canto XIXLa questione della lingua, mossa dalle riflessioni del De vulgari eloquentia, dove Dante si fa tra l'altro “filosofo del linguaggio”, era destinata a durare attraverso i secoli fino all'Unità e oltre. Nel trattato latino di eloquenza Dante cerca di offrire una trattazione completa e sistematica del tema dell'arte del dire in "volgare illustre". Si ricorda inoltre che Dante diede una descrizione geolinguistica della penisola, dividendola lungo la dorsale appenninica (iugum Apenini, Dve I x 4) in 14 dialetti. 

Proprio dal rapporto tra dialetti e lingua scaturivano le due principali teorie in campo nella polemica sull'italiano. Esse erano, giova ricordarle, la posizione a favore di una lingua eclettica di Graziadio Isaia Ascoli, che sosteneva il carattere non fiorentino, ma colto della lingua italiana, e quella di Alessandro Manzoni sostenitore della proposta del fiorentino parlato dalle persone colte. Vicino a Manzoni, ma con una connotazione in senso purista, bisogna registrare la posizione di Giambattista Giuliani, con il quale ci riallacciamo alla prima cattedra dantesca nella storia dell'Istituto, che si era occupato di questa problematica con un lodevole intento di documentazione.

La Lettera aperta a Manzoni  dal titolo Sul trattato 'De vulgari eloquentia' di Dante rientra in quel dibattito plurisecolare; infatti era una precisazione che Giuliani volle fare riguardo al nodo del confronto che vedeva da una parte la posizione dei "manzoniani" per una proposta del fiorentino, si è detto, dell'uso vivo come modello per la lingua nazionale e dall'altra quella sostenuta da Giuliani, di "un'azione di formazione e crescita linguistico-culturale incentrata sulla promozione/diffusione della lingua della tradizione letteraria (soprattutto dei trecentisti) rigenerata dallo studio del toscano vivo" (Domenico Proietti).

L’indagine sull'uso popolare toscano nel testo del sacro poema trova un esempio di repertorio, non specialistico, nel piccolo dizionario di Raffaello Caverni sulle Voci e modi nella Divina Commedia dell'uso popolare toscano, volume non a caso proveniente dalla biblioteca personale di Ernesto Giacomo Parodi. Il professore genovese infatti, oltre a curare studi sul proprio dialetto, condusse delle riflessioni sui “Dialetti toscani” ("Romania", XVIII, 1889, pp. 590-625), analizzati con un approccio scientifico più scaltrito rispetto ai tempi dell'abate Giuliani, in funzione della ricostruzione delle scaturigini della forma originaria della lingua poetica di Dante.

Il filone di studi sui dialetti era stato coltivato anche da Napoleone Caix (1845-1882), altro professore dell'Istituto incaricato dal 1872 dell'insegnamento di Dialettologia italiana.

Numerose furono le traduzioni in dialetti regionali del testo della Commedia, con le quali si puntava a rivendicare il suo carattere di "opera popolare". Si citano l'edizione tradotta in milanese, in veneziano, e in genovese, ma non mancarono versioni nei restanti idiomi della penisola. Un altro filone di successo costante è costituito dalle traduzioni in lingue straniere. Se ne espongono due esempi in francese e in ebraico, considerato da Dante la lingua del primo parlante Adamo.