I dantisti

L'insegnamento di Letteratura italiana impartito all'Istituto di Studi Superiori e la dantistica furono profondamente influenzati dal nuovo metodo di impronta filologica.

Tra i professori di “Lettere italiane” si ricorda Adolfo Bartoli (Fivizzano 1833 - Genova 1894), che succedette a Giuliani nella cattedra riprendendo le lezioni su Dante. In particolare tra il 1887 e l’89 si dedicò a una lettura e interpretazione della cantica del Purgatorio articolata in più anni accademici. Come esponente della Scuola storica, Bartoli si distinse per la costante attenzione ai testimoni manoscritti che avevano trasmesso le opere di Dante e dei rimatori pre-danteschi, coltivando e dando l'impronta ad una lunga tradizione di studi di codicologia e di paleografia, che proprio in una città come Firenze, ricca di biblioteche storiche e di conservazione, poteva dare risultati pregevoli e duraturi.

Alla generazione successiva appartiene Guido Mazzoni (Firenze 1859 - Firenze 1943), inizialmente docente a Padova e poi a Firenze dal 1894-95, che fu allievo dei maestri del metodo storico D'Ancona e Carducci e fra i fondatori della Società Dante Alighieri e della Società dantesca italiana di cui fu presidente dal 1931.  Di quest’ultima inaugurò e concluse il primo ciclo della Lectura Dantis in Orsanmichele, rispettivamente il 27 aprile 1899 e il 27 aprile 1904. La sua critica, raccolta nella miscellanea Almae luces, malae cruces. Studii danteschi (Bologna, Zanichelli, 1941), divenne un classico della dantistica dell'epoca.

Nel 1883 fu nominato titolare della cattedra di Lingue romanze Pio Rajna (Sondrio 1847 - Firenze 1930). Rajna partecipò al Dante del '21 con l'edizione critica del De vulgari eloquentia, di cui aveva fornito l'edizione autonoma già dal 1896. Importante fu il ruolo di indirizzo che svolse per il lavoro ecdotico condotto dall'allievo Giuseppe Vandelli sul testo della Commedia. Era stato sempre Rajna ad invitare a Firenze il neolaureato genovese Ernesto Giacomo Parodi perchè si dedicasse allo studio critico del Convivio.

Vincitore di una borsa di studio Ernesto Giacomo Parodi (Genova 1862 - Firenze 1923) entrò a far parte dell'ambiente accademico fiorentino già nel 1885 e divenne ordinario di Storia comparata delle lingue classiche e neolatine nel 1899. Si dedicò durante tutta la sua carriera a studi critici sull'opera dantesca, sparsi in vari articoli e saggi. Tra il 1906 e il 1921 diresse il "Bullettino della Società dantesca italiana" (BSDI). Perfezionatosi con il Vitelli, già durante quegli anni cominciò a dedicarsi allo studio filologico e linguistico del Convivio,  adottando il metodo lachmanniano in uso nella filologia classica, con l'ipotesi di una seriazione genealogica dei manoscritti che ottenne il consenso del suo maestro Rajna (Alfredo Schiaffini). Il Parodi, per l’equilibrio conseguito dal suo fare critica e filologia insieme, venne considerato da alcuni colleghi meridionali, quali Francesco Torraca dell’università napoletana, come un esponente della “seconda scuola” di Francesco De Sanctis. La sua raccolta di saggi Poesia e storia nella Divina Commedia: studi critici esprime bene nel titolo il senso di quell’etichetta: la sintesi tra le due esigenze degli "estetizzanti" e degli "storicizzanti", che raccolse il favore anche di Benedetto Croce. 

Michele Barbi (Taviano di Sambuca Pistoiese 1867 - Firenze, 1941), allievo di Alessandro D'Ancona alla Scuola Normale di Pisa, si laureò nel 1889 con una tesi dal titolo Della fortuna di Dante nel secolo XVI (Pisa, Tip. Nistri, 1890) e si perfezionò con Pio Rajna a Firenze. Docente a Messina all'inizio del secolo, dal 1912 rientrò a Firenze, dopo aver ottenuto il comando all'Accademia della Crusca, per attendere all'allestimento dell'edizione critica delle opere di Dante. Barbi curò direttamente il testo della Vita nuova e delle Rime, oltre a coordinare il lavoro di squadra per la cura dei testi delle restanti opere di Dante per l'editio minor del 1921. Entrò nei ruoli dell'università di Firenze, all'Istituto superiore di Magistero, solo nel dicembre 1923, con la cattedra di Letteratura italiana.
Barbi viene considerato il caposcuola della nuova filologia poiché "mostrò subito di saper trascendere il mero dato erudito per comporlo in un più vasto quadro, al fine di una complessa storicizzazione del pensiero, dell'arte, della stessa fortuna dantesca", in grado di fissare "con chiarezza i postulati di una metodologia che il tempo avrebbe solo affinato e scaltrito: grande perizia della lingua antica... diligenza rarissima nel confronto dei codici... conoscenza delle cause per cui tanto guasto avevano sofferto i testi; bontà e sicurezza di criteri per procedere nella loro correzione" (Francesco Mazzoni). 

Giuseppe Vandelli (Modena 1865 - Firenze 1937), professore nei ginnasi di Modena e di Firenze dal 1889, non fu mai docente all'Istituto, tuttavia fu indicato da Michele Barbi e da Pio Rajna, suo maestro di perfezionamento, come il filologo più dotato e adatto a mettere le mani nella intricata questione filologica del testo della Commedia. Nel 1911 ottenne infine l'esonero dall'insegnamento e il comando - sorte in comune con Barbi - prima presso l'Accademia della Crusca e poi presso la Società Dantesca Italiana per poter assolvere meglio all'enorme lavoro che il testo critico del poema dantesco richiedeva.