Le polemiche contro il dantismo dell'Istituto

Sul finire del primo decennio del Novecento, mentre era in pieno svolgimento l'impresa dell’Edizione nazionale delle opere di Dante, sotto gli auspici della Società Dantesca Italiana, i professori dell’Istituto di Studi superiori coinvolti nella curatela cominciarono ad essere bersaglio di attacchi da parte delle firme intransigenti dell’avanguardia.

Dietro qualche pseudonimo c'erano personaggi ben noti alle cronache letterarie fiorentine: Giuseppe Prezzolini, con scritti polemici dalle pagine de "La Voce", e Giovanni Papini, autore nel 1911 di una raccolta di leggende su Dante. I due importanti esponenti dell'avanguardia presero di mira l'approccio erudito che aveva caratterizzato gli studi danteschi nella fase ottocentesca, e perdurava ancora nel primo Novecento.

Papini non si peritò a scrivere (sotto lo pseudonimo di Gian Falco) un intervento dal titolo Per Dante contro il dantismo, uscito su "Il Regno" (20 ottobre 1905), in cui si legge:

"Tutti i nostri dantisti celebri, il Del Lungo, lo Scartazzini, il Torraca, il Casini, il Parodi, lo Zingarelli, il D’Ovidio, fanno della storia, dell’erudizione, della bibliografia, dell’ermeneutica, della filologia, della casuistica, dell’enimmistica, tutto quello che volete, ma non certo della penetrazione dantesca".

Scorrendo la vasta bibliografia dantesca dell'epoca è facile individuare le opere bersaglio del loro sarcasmo. Alcuni titoli conservati nelle biblioteche di docenti bibliofili quali Alessandro D'Ancona o Domenico Comparetti evocano il gusto per le minutaglie, le bricciche ("Lavori minuti. Faccende quasi oziose" secondo la definizione data da Tommaseo), le noterelle dantesche. Michele Barbi si riferiva a certo frammentismo erudito definendolo "micrologia pettegola e vana".

Dal "Leonardo: rivista d'idee", nell'estate del 1906, Papini rincarò la dose con lo scritto Baruffe tra dantisti:

«Dante, non sarà male ripetersi, è 'troppo grande' per i nostri letterati i quali non sanno farne che delle fettuccine di rettorica o delle schede di erudizione».

"Lacerba", rivista fiorentina che ospitò scritti e manifesti del Futurismo, pubblicò nel 1913 un articolo di Papini, Contro Firenze, di cui è facile immaginare il tono anti-passatista.

Questi interventi suscitarono la reazione dei docenti dell'Istituto, che in varie puntate uscirono con interventi pubblicati sulle loro riviste di riferimento. La difesa dell'accademia e degli studi danteschi ufficiali fu svolta dal professore Ernesto Giacomo Parodi in alcuni scritti di replica. Quattro di quegli interventi sono stati raccolti in un volumetto di piccolo formato sotto il titolo Il dare e l’avere fra i pedanti e i geniali. Il primo saggio è il più significativo per il riassunto che offre della polemica allora in corso, si intitola: Dantofobi, dantisti, dantomani e metodo storico, già uscito sul "Bullettino della SDI", 13 (1906), pp. 128-143, con il titolo Moderno antidantismo,

Il secondo intervento di Parodi, La cultura italiana e Giuseppe Prezzolini – già uscito su «La Rassegna bibliografica della letteratura italiana», 4 (1914), n. 7-9 –, rispondeva alle posizioni sostenute su "La Voce" dal suo direttore Prezzolini, nel numero del 28 agosto 1914. Parodi, semplicemente, difendeva i propri maestri e il lavoro suo e dei colleghi:

"l’ambizione più alta era, ancor più che imparar cose nuove, imparare a trovarle".

Una difesa del proprio operato poi ribadita negli stessi termini dal collega Michele Barbi nel 1938, lontano ormai da quegli episodi, in una raccolta di saggi destinata a diventare un classico, La nuova filologia e l'edizione dei nostri scrittori: da Dante al Manzoni:

"credo non si sia giustamente valutato l'indirizzo preso dagli studi storici e filologici nel cinquantennio seguito al 1860: non si è fatta la debita distinzione tra meccanicismo e pedanteria da una parte e critica vera e sana dall'altra; anzi anche il senso di questa parola 'critica' s'è usurpato per indicare esclusivamente la valutazione estetica delle opere poetiche".