La vita di Dante tra documenti e leggende

Un altro genere tipico della letteratura dantesca a cui i professori dell'Istituto dettero il loro contributo fu la biografia del Poeta, sempre sospesa tra leggenda e ricostruzione documentale. Un esempio è dato dalla miscellanea Dante e la Lunigiana, uscita in occasione di un ennesimo anniversario, quello del 1906 della "venuta del Poeta in Valdimagra".

Ai viaggi di Dante in quel lembo tra Liguria e Toscana si lega un altro celebre episodio, in realtà ancora non giudicato in modo unanime dalla comunità degli studiosi, nel quadro della ricostruzione indiziaria della biografia di Dante. Il contributo in francese Au sujet de la lettre du frère Ilario del professore Ernesto Giacomo Parodi è un esempio delle continue verifiche e supposizioni su quella che resta una crux della biografia di Dante: l'Epistola di frate Ilario. La testimonianza resta un documento importante, anche nel caso di inautenticità (l'unica redazione è la trascrizione di Boccaccio), perché narra di un Dante pellegrino, che viaggia da solo, e che chiede ospitalità in un convento della Valdimagra, portandosi dietro il manoscritto della Commedia e facendone fare delle copie.Sono tutti elementi che illuminano le abitudini di Dante durante l'esilio, e il modo di lavorare al poema; elementi sui quali continuerà a interrogarsi con delle ipotesi ancora Boccaccio nella sua Vita di Dante (qui presentata nella versione in "compendio" per cura di Enrico Rostagno).
Delle redazioni del "Trattatello in laude di Dante" si occupò anche Michele Barbi, come si mostra con l'estratto dall'estratto della "Miscellanea storica della Valdelsa". Era normale che nel vuoto della documentazione andata perduta, fiorissero a risarcimento svariate leggende su Dante, spesso declinate in "motti e facezie" a lui attribuite o con lui protagonista in virtù del suo genio poetico.

In un certo senso redigere una biografia di Dante era diventato un banco di prova per ogni buon dantista, considerato l'intreccio fondamentale tra le notizie biografiche che Dante aveva seminato nelle opere e l'importanza delle vicende della sua vita per capire quelle stesse opere. Lo stesso si può dire per le reali fattezze del Poeta: il tema del suo ritratto, insieme alle ipotesi sulle caratteristiche fisiche e del volto del Poeta, pure furono argomenti destinati a una lunga fortuna pubblicistica, destinata a intensificarsi durante i centenari, com'è ovvio. Da questo filone si riproduce un piccolo studio monografico di Giuseppe Lando Passerini.

Il Codice Diplomatico Dantesco (in sigla CDD) invece rappresenta un utile strumento che raccoglie in un unico volume tutta la documentazione d'archivio pervenuta relativa al cittadino Dante e ai suoi avi e discendenti nell’arco di più generazioni.  Il primo tentativo di realizzare un simile corpus diplomatico si deve, alla fine dell’Ottocento, al bibliotecario-prefetto della Biblioteca Medicea Laurenziana Guido Biagi e al collega Giuseppe Lando Passerini, appena ricordato, all'epoca in servizio a Roma, presso la Biblioteca Casanatense: "i documenti della vita e della famiglia di Dante Alighieri, riprodotti in fac-simile, trascritti e illustrati con note critiche, monumenti d’arte e figure", come si legge nel primo fascicolo dell’impresa.

Le dispense di grande formato, in-folio (56 cm circa), uscirono a partire dal 1895 fino al 1911, per un totale di quattordici numeri, con periodicità irregolare e cambi di città e di tipografie tra Roma e Firenze, in corrispondenza degli impegni e degli spostamenti dei due redattori principali. L’impresa aveva il seguente programma:

È tempo oramai che gli studi sulla vita di Dante, con la scorta e l’esempio dei più venerati maestri, siano messi per una via da cui non si torni indietro; non più quella delle vaghe affermazioni o dei sistematici dubbi, sibbene l’altra, diretta e sicura, della riprova dei fatti. E a questa via da tre punti conviene muovere: dallo studio delle notizie soggettive sparse qua e là nelle opere del Poeta; da quello delle notizie tradizionali forniteci dai biografi antichi più degni di fede; dall’esame dei documenti acquisiti alla storia.

La pubblicazione si interruppe anzitempo per le difficoltà di allestimento di fascicoli così complessi, per il formato e per l'alta qualità della riproduzione grafica. Un dantista molto ascoltato come Giosuè Carducci apprezzò i risvolti positivi dell'impresa pur mettendo in guardia dalla risorgente pedanteria, in una celebre recensione uscita sulla "Nuova Antologia" del 1895. (A proposito di un codice diplomatico dantesco). Lo scritto si trova raccolto nel volume X, che raccoglie gli scritti su Dante, dell'edizione nazionale. La copia qui riprodotta proviene dal Fondo Papini, a riprova che tra i critici del dantismo permaneva comunque un apprezzamento per i contributi di valore e di una certa importanza.

L'ultima edizione del repertorio del CDD è stata curata da Teresa De Robertis, Giuliano Milani, Laura Regnicoli e Stefano Zamponi (Roma, Salerno editrice, 2016).