Iniziando con le testimonianze più antiche, il Museo Archeologico, che fu completamente distrutto a pianterreno, offre alla nostra attenzione l’intensa Mater Matuta, capolavoro dell’arte etrusca del V secolo a.C. raffigurante la Madre terra, dea dei defunti ma anche personificazione della forza rigeneratrice: in questa occasione essa diventa un simbolo pregnante della vetusta e nobile terra toscana devastata che riemerge a ricomporre la propria identità, il proprio bagaglio storico e culturale davanti all’imperversare degli elementi.
La Mater Matuta e l’importante cinerario etrusco da Montescudaio, esemplare unico al mondo, offrono esempi eccellenti di restauri effettuati all’indomani del disastro con criteri filologici rigorosi, in cui risultano perfettamente distinguibili le parti originali dalle integrazioni, reversibili e limitate solo a quelle indispensabili. Completano la selezione, manufatti in corso di restauro e da restaurare.
Statua-cinerario etrusca, detta Mater Matuta
450-440 a.C.
costituita da quattro parti: corpo, scolpito in un unico blocco, con testa e piedi mobili; alt.max cm 90, lungh. cm 58, largh. cm 50.
Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. n. 73694, acquisto del 1888 da Agostino Pacchiarotti, proprietario del terreno, Chianciano Terme
Probabilmente scoperta tra il 1846 e il 1847, la statua fu rinvenuta, ancora in situ, al centro di una tomba a camera scavata nel tufo nella Necropoli della Pedata, a sud dell’odierna Chianciano Terme, nel territorio dell’antica e potente città etrusca di Clevsie- (Clusium, oggi Chiusi). Costituita da quattro parti scolpite nella cd. pietra fetida (un’arenaria locale a grana finissima, contenente particelle di zolfo e quindi maleodorante al momento del taglio), la statua-cinerario raffigura un’aristocratica figura femminile avvolta in un’ampia veste, assisa su un trono con spalliera dritta e con due sfingi sedute ad ali spiegate, che fungono da braccioli; la donna regge in grembo un bambino di poche settimane (al massimo qualche mese), avvolto nella sua copertina. La bella testa della dama, cinta da un diadema e con i capelli divisi in due bande ondulate sulla fronte e raccolti a chignon sulla nuca, che risente di modelli greci del 480-460 a.C., in particolare dello stile severo attico, aveva la funzione di chiudere la piccola cavità ricavata all’interno del busto, destinata a contenere le ceneri della defunta e il suo corredo funerario tipicamente femminile: un pregiato spillone d’oro decorato a granulazione e una piccola brocca ateniese di terracotta configurata a testa muliebre, oggi nel Museo Archeologico di Firenze, nonché un anello d’oro con la figura di un guerriero e iscrizione etrusca e due orecchini a spirale, che andarono dispersi sul mercato antiquario. Variamente interpretata come Bona Dea, Tufthla (la divinità etrusca protettrice dei morti) o Persiphnei (Proserpina), fu più spesso identificata con l’antica divinità italica Mater Matuta, la dea dell’aurora, della prima luce chiara del mattino (quindi anche dea delle nascite), corrispondente alla greca Leukothea. Quest’ultima, figlia di Cadmo, si chiamava originariamente Ino, ma per aver allevato il piccolo Dioniso fu punita da Era, che la fece impazzire: Ino uccise così il figlio Melikertes e si gettò nel mare con il corpo del fanciullo; ma le divinità marine ne ebbero pietà e fecero risorgere entrambi, con un nuovo nome: la madre come Leukothea e il figlio come Palaimon (nel mondo romano corrispondente a Portumnus, protettore dei porti). In realtà, scartando l’ipotesi che si tratti semplicemente della raffigurazione di una defunta nel suo ruolo di mater familias, con il suo bambino in braccio (cosa piuttosto difficile, poiché altre statue-cinerario chiusine della stessa classe raffigurano divinità), è verosimile – benché anche tale interpretazione non venga unanimemente accolta – che la Mater Matuta sia una rappresentazione della dea Cel (Terra), o Cel Ati, ovverosia la Madre Terra (etrusco ati = madre), divinità corrispondente a Tellus romana e a Ge greca, dea della fecondità e della forza rigeneratrice ma soprattutto dea degli inferi, come indicano chiaramente le due sfingi (entrambe con mammelle gonfie di latte), esplicito riferimento al mondo dei defunti. Restaurata alla fine dell’Ottocento e reintegrata nelle lacune con tasselli della stessa pietra fetida tratta dalle cave antiche di Chianciano, fissati con gesso e con l’ausilio di gomme collose di natura organica, sì da simularne quanto più possibile l’integrità (secondo il gusto dell’epoca, al quale non si sottraevano gli abili ‘restauratori’ chiusini), la Mater Matuta, che nel 1966 era collocata al piano terra del Museo Archeologico, nella sezione topografica dedicata ai Clusinii, fu investita in pieno dall’ondata fangosa dell’Arno. L’immagine scattata all’indomani del ritiro delle acque mostra la statua con le parti mobili rimosse e prontamente incerottata con nastro adesivo trasparante, per evitare che lo scioglimento del gesso e delle gomme determinasse lo scollamento delle parti, aumentandone il rischio di dispersione. Il restauro del 1970, realizzato presso il Centro di Restauro dell’allora Soprintendenza alle Antichità d’Etruria (appositamente istituito dal Ministero subito dopo l’alluvione e istituzionalizzato nel 1971) ebbe il merito di scoprire ed evidenziare le integrazioni in pietra fetida (non tutte visibili prima dell’esondazione!), distinguendole dalle parti antiche e sostituendole, dopo averle accuratamente documentate, con materiali che non potessero confondersi così facilmente con che fosse reversibile e che utilizzasse prodotti più appropriati e impiegasse metodologie aggiornate e più adeguate al rigore scientifico richiesto dalle moderne teorie e riflessioni sul restauro dei reperti archeologici.
Ne derivò la ricostruzione attuale, depurata dei pesanti restauri ricostruttivi e delle parti posticce degli interventi ottocenteschi, tutte comunque documentate graficamente e fotograficamente e conservate nel magazzino del Museo.
Mario Iozzo
Bibliografia: Cristofani, Neri 1971, pp. 87-93, tavv. XLV-LI; Cristofani 1975, n. 7 (con bibl. precedente), pp. 17-18, 29-34, 39-40, tavv. XVIIIXX; XXV, 3; XXXIII, 1; Jannot 1982, pp. 269-272; Krauskopf 1985, pp. 64-65; Simon 1992, p. 381, n. 8; Maggiani 1993, p. 157; Krauskopf 1997, pp. 1167-1168, n. 257, e p. 1169; Haynes 2000, pp. 296-298; Etruschi 2000, p. 165; Smith 2000, pp. 136-155; Jannot 2001, p. 277; Colonna 2005, pp. 1934; Camporeale 2015, p. 139.
Bibliografia del catalogo a stampa
Cinerario etrusco
prima metà del VII secolo a.C.
impasto, decorazione plastica; alt. max cons. con il coperchio cm 54.2; diam. max cm 30,2
Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. n. 82930, proveniente da Montescudaio in Val di Cecina
Cinerario biconico con coperchio a calotta. Se la forma è quella tipica della tradizione villanoviana, eccezionale è la decorazione plastica sul coperchio e sull’ansa. Sul coperchio è rappresentata, a tutto tondo, una scena di banchetto: un personaggio maschile è seduto su un trono, davanti ad un tavolino a tre piedi imbandito con pani e focacce, assistito da un’ancella in atto di agitare un flabello. Accanto al tavolo è poggiato un dinos, il recipiente in cui si usava mescolare il vino con l’acqua prima di mescerlo ai commensali, e rimane traccia della base di un secondo grande vaso, probabilmente destinato a contenere derrate alimentari. Sull’ansa, una figura maschile seduta, anch’essa a tutto tondo.
Il personaggio sul coperchio e quello sull’ansa sono entrambi identificabili con il defunto, la cui rappresentazione nel momento del banchetto ne suggerisce l’elevato status sociale: il banchetto era infatti una delle prerogative delle élites aristocratiche, espressione distintiva del ruolo dei ‘principi’ etruschi che detenevano il potere nella società del periodo ‘orientalizzante’. Quella sul cinerario di Montescudaio è la più antica raffigurazione di banchetto restituita dall’arte etrusca: il signore è seduto su un trono davanti ad una trapeza, quindi sta a tavola secondo l’uso, definito “omerico” perché descritto più volte nell’Odissea, che vuole i commensali seduti su “splendidi” troni davanti a mense imbandite. Tavolini rotondi su tre gambe come quello raffigurato sul cinerario sono riconducibili ad una tipologia nota già nella prima Età del Ferro, come documentano gli esemplari in miniatura presenti in molti corredi funerari; in epoca orientalizzante, soprattutto nell’Etruria settentrionale, a Vetulonia e a Casale Marittimo, ne sono attestati anche esemplari bronzei di dimensioni ‘reali’. Un particolare che caratterizza questa scena di banchetto e la discosta dalle altre note, oltre che dalle descrizioni omeriche, è il fatto che l’ancella sia rappresentata con un flabello, nell’atto di far vento al personaggio assiso: i flabelli, mai menzionati da Omero in contesti simili, erano inusuali per il mondo greco e per lo più messi in relazione con i costumi delle corti orientali dove erano considerati attributi della regalità. In Etruria, coerentemente con la tradizione orientale, i flabelli rientrano nel novero degli indicatori di prestigio e di rango, vere e proprie insegne del potere: ne sono testimonianza i numerosi esemplari bronzei, oltre a quelli in materiali deperibili indiziati da manici in avorio e legno, presenti nelle tombe principesche dell’Orientalizzante di tutta l’Etruria.
Il cinerario, rinvenuto in una tomba ‘a pozzo’ presso Montescudaio, è convenzionalmente associato ad alcuni elementi di corredo, che non sembrano però essere tutti coerenti tra loro. Vista la rappresentazione sul coperchio e la figura applicata sull’ansa è evidente che il cinerario non può essere che pertinente ad un individuo di sesso maschile; non stupisce quindi la presenza delle due punte di lancia in ferro che sottolineano, secondo codici ormai tradizionali, il rango di guerriero aristocratico del defunto, ma che, difficilmente potranno essere associate con la fuseruola in pasta vitrea, oggetto di chiara pertinenza femminile.
Il pezzo, già esposto nella sala XXXII del Topografico dedicata ai “Volaterrani”, risultava ricomposto da frammenti con ampie integrazioni in gesso, ‘mimetizzate’ da una mano di pittura a tempera. Dopo l’alluvione, si è proceduto allo smontaggio del vecchio restauro, separando i pezzi originali dalle integrazioni, peraltro già in parte dissolte perché solubili in acqua; i frammenti sono stati quindi lavati, puliti e consolidati, prima di procedere alla ricerca degli attacchi. Nella nuova ricomposizione, è prevalsa la tendenza di integrare le lacune limitando la restituzione alle parti indispensabili alla statica del pezzo e soprattutto eseguendo un restauro assolutamente reversibile e dove le integrazioni fossero evidenti. Rispetto all’intervento precedente non è stato dunque ricostruito il piede,di cui era già stata rilevata l’incongruenza, anche perché dal confronto con forme simili, è lecito supporre che il cinerario avesse un fondo piano.
Giuseppina Carlotta Cianferoni
Bibliografia: Milani 1912, I, p. 224, II, tav. LXXVI; Nicosia 1969, pp. 367 sgg.; L’Etruria mineraria 1985, p. 62, n. 110; Principi Etruschi 2000, p. 198, n. 206.
Bibliografia del catalogo a stampa
Lebete etrusco
fine VIII – inizi VII secolo a.C.
bronzo laminato e fuso; decorazione a sbalzo e a cesello; alt. all’orlo cm 41, diam. cm 53,5
Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. n. 9618, proveniente da Vetulonia, Circolo dei Lebeti
Il lebete, di forma sferica, doveva essere posto su un alto tripode in verghetta appiattita, di cui non è stato ancora affrontato il restauro, sebbene si conservino alcuni frammenti visibili anche nelle foto di scavo. Subito al di sotto dell’orlo sono applicate, rivolte verso l’interno, sei protomi di leone, con il muso a tutto tondo, gli occhi
d’avorio inseriti, le fauci aperte e la lingua pendula. Sono presenti inoltre due attacchi conformati a sirena, con passante posteriore per l’inserimento di anse mobili ad anello. Lebeti monumentali, posti su tripodi o supporti di vario tipo, cui si riconosce una estesa area di rinvenimento, dall’Urartu all’Assiria, dalla Siria settentrionale alla Grecia, sono frequenti nelle tombe principesche dell’Etruria di età orientalizzante. Incerto è l’uso di questi grandi recipienti che erano talvolta dedicati nei santuari come oggetti votivi o impiegati come cinerari, secondo un rituale eroico di ascendenza omerica. Potevano anche costituire il premio di gare atletiche ma, più frequentemente, venivano utilizzati per contenere il vino. In questo caso rappresentavano un chiaro riferimento alla pratica aristocratica del banchetto, mantenendo così anche in Occidente quel loro carattere di oggetti di prestigio con valore cerimoniale di dono o tributo, che avevano in Oriente. Per quanto riguarda nello specifico i grandi calderoni di bronzo con appliques variamente conformate a protome animale, erano ritenuti genericamente dipendenti da modelli del Vicino Oriente, ma valide argomentazioni hanno orientato gli studiosi ad assegnare un ruolo preminente nella produzione di questi oggetti a botteghe nord-siriane; da quest’area, alla fine dell’VIII sec. a.C., i lebeti di questo tipo sarebbero stati esportati verso la Grecia e l’Occidente.
Sebbene appartenga a questa diffusissima classe, il contenitore vetuloniese si differenzia nettamente dalla gran parte degli esemplari noti, soprattutto se si considerano le sue applicazioni plastiche, del tutto particolari sia sul piano tecnico che su quello iconografico. Anzitutto le teste di leone sono rivolte verso l’interno come, in Etruria, accade soltanto nel grande calderone con protomi di grifo della tomba Bernardini di Preneste e in quello, con leoni, della tomba Regolini Galassi di Caere. Inoltre, stilisticamente, le teste non trovano confronti puntuali in Etruria, mentre presentano caratteri che le avvicinano ad analoghe protomi di Olimpia,e soprattutto ad una testa di leone che costituisce la parte inferiore di un rhyton da Gordion in Frigia. Lo stesso può dirsi degli attacchi a sirena, del tipo a protome umana e corpo di uccello, anch’essi molto vicini, oltre che agli attacchi del già citato calderone della tomba Bernardini, ad esemplari provenienti dalla Grecia, da Olimpia e Delfi, ma ancora una volta da Gordion. Per quanto sopra esposto si ritiene che nel caso dell’esemplare di Vetulonia, come di quello di Preneste, si tratti di prodotti importati dal nord della Siria.
Questo lebete, rinvenuto con altri due analoghi, uno liscio, l’altro decorato da protomi di grifo, era esposto nel Museo Topografico. Solo di recente è stato sottoposto a restauro, in quanto la ricomposizione precedente all’alluvione, a base di gesso, aveva riportato lesioni tali da compromettere la stabilità del vaso e la conservazione del metallo. Il nuovo intervento ha previsto le seguenti operazioni:
1) Individuazione dei frammenti di bronzo, in gran parte nascosti in uno strato di gesso dipinto di verde in superficie, con aggiunta di occhielli in ferro per una migliore adesione fra le porzioni di lamina bronzea originale e lo strato di gesso. Pulitura meccanica dei frammenti e ricerca degli attacchi. Uguale operazione è stata condotta sulle teste di leone, anch’esse modellate in gesso nel quale erano inglobati i frammenti bronzei originali. Alla base del collo era presente un segmento filettato che, inserito attraverso un foro passante non originale, serviva per collocare le protomi sulla spalla del lebete. Di fatto, le teste erano fissate originariamente con chiodi in bronzo ancora in parte visibili.
2) Progettazione di un supporto e integrazione delle lacune. Per eseguire le estese integrazioni della vasca è stato necessario progettare un supporto che riproducesse la forma del lebete, dove posizionare i frammenti originali e poi stendere la cera per colmare le lacune, rimodellando la circonferenza del vaso. Per quanto riguarda le protomi di leone, è stato possibile esaminare i dettagli dei frammenti originali, evidenti solo dopo il loro distacco dal supporto in gesso e la seguente attenta pulitura. I nuovi dati così ottenuti hanno chiarito che, rispetto alla precedente ricomposizione, l’impostazione delle teste sulla spalla non era verso l’esterno, bensì verso l’interno, e che la struttura del collo era formata da tre elementi, e non da due come supposto in precedenza. Analisi accurate hanno rivelato che i tre elementi, non saldati fra loro, erano stabilizzati mediante l’uso di pece, e con lo stesso prodotto erano anche fissati gli occhi in avorio, purtroppo mancanti della pupilla, che era in pasta vitrea. Le nuove integrazioni sono state realizzate modellando un prototipo con le stesse caratteristiche plastiche delle teste originali, per poi creare una matrice dentro la quale è stata colata la resina. Sui modelli così realizzati sono stati posizionati i frammenti superstiti.
3) Si è poi proceduto alla rifinitura superficiale delle parti bronzee, usando un prodotto a base cerosa diluito con solvente, mentre, per le integrazioni, è stato deciso l’impiego di un colore con inerte all’interno e collante diluito in acqua. La prova cromatica così ottenuta non incide sulla visione d’insieme del lebete e allo stesso tempo può essere modificata allorché il reperto ritorni a far parte dell’originario contesto.
Giuseppina Carlotta Cianferoni
Giuseppe Venturini
Bibliografia: Milani 1912, I, p. 221; Falchi, Pernier 1913, p. 429; Camporeale 1969, pp. 102 sg., tavv. XXXIV.1, XXXVII.1-2; Assyria to Iberia 2014, pp. 276 sgg., n. 148 a-b.
Bibliografia del catalogo a stampa
Situle etrusche
1 - Situla (a)
prima metà del VII secolo a. C.
bronzo laminato e fuso; alt. all'orlo cm 24,5, diam. max cm 21; Firenze, Museo Archeologico Nazionale, inv. n. 7976, proveniente da Populonia, necropoli di San Cerbone
2 - Situla (b)
V secolo a.C.
bronzo laminato e fuso; alt. all'orlo cm 19,5, diam. max cm 23; s.n. inv., proveniente da Vetulonia, necropoli di Poggio alla Guardia
La prima situla, a corpo tronco-conico, richiama esemplari rinvenuti nella stessa Populonia, ma soprattutto a Vetulonia, e in particolare nella Tomba del Duce. Appartiene ad un tipo, diffuso tra il primo e il secondo quarto del VII secolo a.C., che si ispira a modelli di area hallstattiana, la cui produzione è stata attribuita a Vetulonia, città famosa per la vivacità della sua attività metallotecnica, segnatamente in età orientalizzante.
La seconda situla, proveniente da Vetulonia, è di forma stamnoide: il tipo è attestato a lungo, dal V agli inizi del IV secolo a.C., ed ha avuto una diffusione piuttosto ampia non solo nell’Etruria propria, con una particolare concentrazione nell’area centrosettentrionale, a Orvieto e Populonia, ma anche in territorio padano, oltre che a Genova e ad Aleria. Appartiene alla variante più elaborata, con due anse mobili, infilate in passanti a doppio anello, la cui forma ricalca più da vicino, non solo nel profilo ma anche nelle dimensioni, quella degli stamnoi veri e propri, e a giudicare dai contesti di provenienza noti, tutti databili nel V-prima metà del IV secolo a.C., dovrebbe trattarsi del tipo più antico.
Le due situle sono state scelte per l’esposizione perché, non essendo mai state restaurate, risultano particolarmente significative per ricordare lo stato in cui versavano tutti i pezzi del Topografico dopo l’alluvione.
Come si vede, nel vecchio restauro i frammenti erano inseriti in uno strato di gesso applicato su un supporto metallico che ne riproduceva la forma e ne garantiva la stabilità. Le ampie lacune visibili sono state determinate dall’immersione in acqua che ha in gran parte dissolto le integrazioni. L’intervento di restauro da effettuarsi dovrà essere preceduto da una serie di esami radiografici sui pezzi per verificare la loro conservazione e, nel caso particolare della situla da Vetulonia, indagare le saldature delle porzioni rimaste ancorate al supporto.
Quindi occorrerà procedere all’asportazione del fango e dei prodotti di mineralizzazione e al consolidamento dei frammenti, e poi procedere alla ricerca degli attacchi. In conformità con i principi del restauro archeologico, nella nuova ricomposizione dovranno essere integrate le lacune, limitando però l’intervento alle parti indispensabili alla statica del pezzo, e soprattutto il restauro dovrà essere assolutamente reversibile e le integrazioni evidenti.
Entrambe le situle sono da considerarsi inedite perché, viste le loro condizioni, non è stato possibile identificarle con certezza con nessuno dei pezzi citati nella bibliografia nota.
Giuseppina Carlotta Cianferoni
Inedite
