La Vergine siede in trono con Gesù Bambino sulle ginocchia davanti a un tessuto verde profilato d’oro che pende verticalmente e ai cui lati si apre un paesaggio collinare segnato da alberi. Maria, che indossa sopra l’abito rosso un mantello blu foderato di verde e decorato da stelle dorate, regge nella destra un libro aperto, mentre la sinistra tiene il Figlio. A sinistra, in una sottolineata gerarchia dimensionale, sono inginocchiati con le mani giunte in preghiera due pellegrini, riconoscibili per il bordone e la bisaccia. Indossano una lunga veste bigia, fermata in vita, mentre dagli sbuffi delle maniche traspaiono le camicie. Sul retro sono incise iscrizioni, già orizzontali, ma collocate verticalmente in seguito al restauro del supporto: da sinistra appaiono uno scudo con le lettere M/AT, un’iscrizione con i numeri 462 e uno scudo con stemma caratterizzato da un uccello nero di profilo volto a sinistra. Se si trattasse di un’arme parlante, il volatile potrebbe avvalorare la notizia riportata in un testo dattiloscritto di Cesare Torricelli sulla storia del sodalizio, che ricorda la tavola come donata da Maria Domenica Merli nel 1788. Nella ricevuta viene descritta come una “Madonna del parto” (ACSNC, Sez. C, rep. III, fasc. 12; Dattiloscritto Torricelli, pp. 40-41). Un “Quadretto esprimente la Vergine del Parto, con base al muro, e cornice dorata, e intaglio simile e voti appesi” viene ricordato negli inventari del 1835 (da cui traggo la citazione), del 1840 e del 1856 (ACSNC, Inventari, c.n.n.). Definita “lavoro di un certo interesse di scuola umbro-toscana della fine del Quattrocento” nelle schede redatte da Matteo Marangoni nel 1926 (Archivio dell’Ufficio Catalogo, Compagnia di San Niccolò del Ceppo, n. 4/2), è collegata alla Scuola del Ghirlandaio dai Paatz, che la descrivono appoggiata sopra l’altare maggiore (Paatz, Paatz 1940-1954, IV, 1952, p. 394). La Compagnia, iniziata nel Trecento presso la chiesa di San Niccolò Oltrarno, riconosce come data di fondazione il 1417 quando venne edificato un nuovo oratorio sulla sponda opposta dell’Arno vicino allo Spedale dei Santi Jacopo e Filippo, detto il ‘Ceppo delle Sette Opere di Misericordia’. L’appellativo ‘del Ceppo’, che in Toscana indica un edificio costruito con le elemosine introdotte in un tronco d’albero vuoto, è pervenuto alla confraternita di San Niccolò per l’ubicazione presso lo Spedale. Scopo del sodalizio era l’insegnamento dei principi religiosi ai giovani: si trattava infatti di una delle quattro compagnie “di fanciulli” di Firenze sancite con bolla di papa Eugenio IV del 1442. In seguito all’assedio del 1529-1530 i confratelli dovettero abbandonare gli spazi nello Spedale e nel 1561 acquistarono un terreno per edificare la sede all’angolo tra via del Fosso, oggi via Verdi, e via della Badessa, prima parte dell’attuale via Pandolfini.
La confraternita, preservata dalle soppressioni leopoldine del 1785, continua ancora oggi l’attività, che da catechistica si è trasformata in caritativa. L’oratorio è tra gli edifici che hanno subito maggiori danni nel corso dell’alluvione del 1966: l’acqua dell’Arno scendeva sia da via dell’Agnolo che da via Verdi, divenute quasi arterie di scorrimento. Alcune fotografie dell’oratorio testimoniano le terribili devastazioni. Importanti restauri sono stati portati a compimento negli anni sia da parte della Soprintendenza che dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze: il dipinto di Biagio d’Antonio è l’ultimo dei dipinti appartenenti al Ceppo che ancora necessiti di un intervento. Rimangono invece in attesa di essere risanati numerosi arredi lignei conservati alla Villa medicea della Petraia (cfr. Dai depositi Nei depositi 2016, pp. 269-274, nn. 69-98 e p. 278, nn. 8-10). A seguito dell’alluvione la tavola è stata trasferita alla Fortezza da Basso, contrassegnata GR 5374. Nel corso di un primo intervento (di E. Serafini, G. Niccoli, J. Ascoli), il supporto ligneo – diviso in tre parti – è stato consolidato e ricongiunto, il colore fermato (cfr. G. Romagnoli, in Dai depositi Nei depositi 2016, p. 296, n. 31, in cui viene descritto come Madonna con Bambino e confratelli, mentre le figure non indossano la veste bianca fornita di buffa degli appartenenti al sodalizio). L’opera al momento della presa in consegna da parte dell’Opificio venne assegnato al Pesellino. È stata restituita a Biagio d’Antonio da Roberta Bartoli (1999, p. 205, n. 57).
Ludovica Sebregondi
Bibliografia: ACSNC, Ricevute, Sez. C, rep. III, fasc. 12; Inventari 1835, 1840, 1856, c.n.n.; C. Torricelli, Costituzioni, pp. 40-41; Paatz, Paatz 1940-1954, IV, 1952, p. 394; Bartoli 1999, p. 205, n. 57; G. Romagnoli, in Dai depositi Nei depositi 2016, p. 286, n. 31.
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