Fra le raccolte scientifiche fiorentine meno note, che hanno conosciuto nel tempo una crescente attenzione sull’onda dell’interesse suscitato dalla sorte della collezione del Museo di Storia della Scienza, c’è quella del Gabinetto di Fisica dell’antico Regio Istituto Tecnico Toscano, oggi appartenente alla Fondazione Scienza e Tecnica, con sede in via Giusti.
Fondato nel 1853 da Leopoldo II di Lorena per impartire insegnamenti di chimica, fisica, geometria, storia naturale, meccanica, metallurgia, il Regio Istituto Tecnico Toscano dal 1863 assunse il nome di Istituto Tecnico di Firenze ed infine dal 1933 quello di Istituto tecnico statale “Galileo Galilei”.
A lungo inutilizzati e dimenticati, negli anni Ottanta i manufatti dell’Istituto diventarono oggetto di studio e di una campagna di restauro da parte di un laboratorio istituito appositamente all’interno. In tale occasione, su alcuni esemplari, vennero rinvenute tracce di fango rimasto dall'alluvione del 1966.
In questo come in molti altri casi dunque, l’alluvione aveva indirettamente aperto le frontiere di un nuovo versante degli studi e stimolato un processo di riflessione sulla conservazione di un settore collezionistico e museale fino ad allora pressoché ignorato.
a) Dinamometro di Régnier, 1865 circa
Jules Salleron
(1829-1897)
Dinamometro di Regnier
1865 circa
ferro, legno, ottone; cm 29 × 21,5
Firenze, Museo della Fondazione Scienza e Tecnica
b) Macchina elettrostatica di Wimshurst, 1889 circa
Alberto De Eccher (1842-1925)
Macchina elettrostatica di Wimshurst
1889 circa
legno, vetro, ottone, ebanite, stagno; cm 96 × 53 × 62, diam. dei dischi cm 50
Firenze, Museo della Fondazione Scienza e Tecnica
Gli strumenti scientifici esposti al Museo della Fondazione Scienza e Tecnica fanno parte del patrimonio di interesse storico scientifico derivante dalle acquisizioni fatte, fra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, dall’Istituto
Tecnico che nacque a Firenze nel 1850 sotto la guida di Filippo Corridi, e per volere del granduca Leopoldo II. La necessità di provvedere ad un insegnamento orientato verso “le arti e le scienze applicate”, per contribuire al potenziamento delle varie attività produttive, prima su tutte la nascente industria, portò l’Istituto alla raccolta di ingenti collezioni (Giatti, Lotti 2006). Queste raccolte, che fortunatamente si sono in buona parte conservate nel tempo e costituiscono oggi un patrimonio di enorme valore, afferivano ai vari gabinetti scientifici. Esse comprendono beni di varia natura come macchine, modelli, strumenti scientifici, reperti naturalistici, campioni di materie prime e prodotti di diverse lavorazioni. Le collezioni nel corso del Novecento divennero distanti dalla modificata attività didattica della scuola e rimasero praticamente inutilizzate fino agli anni Ottanta quando, in Italia, si concretizzarono alcune significative attività di recupero di testimonianze materiali per la Storia della Scienza a conferma di una accresciuta consapevolezza rispetto al valore culturale di quei beni fino ad allora per lo più ignorati (Giatti 2014).
Quando allora, nel 1966, l’Arno esondò fino ad invadere anche via Giusti e i locali che accoglievano queste raccolte, l’incidente venne sicuramente considerato come uno degli innumerevoli danni che la città aveva patito. Non ci fu la percezione di un’offesa al patrimonio culturale non essendo, quelle collezioni, considerate alla pari di altre raccolte il cui valore era pienamente percepito e riconosciuto. Prova ne è la mancanza, almeno nella nostra conoscenza, di fotografie e cronache di quell’allagamento, documenti che speriamo magari possano emergere grazie alle varie iniziative e ricerche in occasione di questo 50° anniversario.
Al momento che furono avviati, verso il 1983-1984, i lavori di studio e restauro della raccolta del Gabinetto di Fisica (Brenni 2013), che si trovava (e si trova ancora oggi) al piano terreno dell’edificio, venne talvolta rinvenuto il fango
dell’alluvione che si annidava ancora all’interno di alcuni strumenti, delle loro custodie e delle scatole di legno; vennero quindi restaurati, in quel momento, strumenti scientifici che portavano ancora i danni dell’alluvione.
Il dinamometro di Régnier (a) serve per misurare la forza di trazione esercitata da animali, per esempio cavalli, oppure per valutare e confrontare la forza umana di una mano, di un arto o dell’intera persona. Era possibile con esso valutare anche la forza di alcuni motori e la potenza di alcune armi da fuoco. A dispetto di una grande versatilità e di una storia curiosa (messo a punto verso il 1790 fu riscoperto dai culturisti francesi dei primi del Novecento), è uno strumento dalla meccanica essenziale e dal funzionamento semplice: una molla elicoidale costituisce il telaio dello strumento, alle sue
estremità è possibile agganciare una maniglia da tirare e una cremagliera munita di fermapiedi, oppure direttamente l’animale o il motore da misurare. Il dinamometro qui presentato, che al momento del restauro portava ancora i danni della permanenza nell’acqua dell’Arno, ha avuto un intervento di risanamento dei materiali costituivi e di quelli della scatola originale dove è conservato (Giatti, Lanterna 2014).
Anna Giatti
Bibliografia: Gray 1892; Glocker 1992; Brenni 2000; Giatti, Lotti 2006; Brenni 2013; Giatti 2014; Giatti, Lanterna 2014.
Bibliografia del catalogo a stampa
c) Motore magnetoelettrico di Froment con modello di pompa, 1860 circa
Paul-Gustave Froment
(1815-1865)
Motore magnetoelettrico di Froment con modello di pompa
1860 circa
legno, ferro, latta, ottone, vetro, rame, avorio; motore cm 30 × 18,5 × 20,5; pompa cm 30 × 41 × 31
Firenze, Museo della Fondazione Scienza e Tecnica
d) Bobina di induzione, 1910 circa
1 - Marconi’s Wireless Telegraph Company Ld
Bobina di induzione
1910 circa
legno, ottone nichelato, ebanite, rame, ferro; cm 68 × 32,5 × 32; inv. n. 613
Firenze, Museo della Fondazione Scienza e Tecnica
Nei tragici giorni del 1966 si deve soprattutto all’opera coraggiosa e pionieristica di Maria Luisa Righini Bonelli se anche i preziosi strumenti di Galileo conquistarono le prime pagine dei giornali (http://mostre.museogalileo.it/pescarenelfango/, visitato il 20 settembre 2016).
Consapevole della necessità di attenzione per quel patrimonio poco noto, l’allora direttrice dell’Istituto e Museo di Storia della Scienza, oggi Museo Galileo, non esitò infatti ad ‘imbracciare’ i cimeli galileiani, perfettamente all’asciutto al primo piano mentre altri meno noti erano stati gravemente danneggiati, per farsi fotografare nel fango di piazza de’ Giudici, sicura che così avrebbe destato scalpore. La necessità di recuperare e restaurare il patrimonio scientifico
danneggiato ha stimolato un processo critico e di riflessione, fatto anche di errori e ripensamenti, che ha avuto un momento significativo, negli anni successivi, con l’avvio dei restauri della collezione del Gabinetto di Fisica dell’antico
Istituto Tecnico cittadino (Brenni 2009). A questo scopo venne infatti impiantato un laboratorio interno alla Fondazione Scienza e Tecnica, custode di quella e delle altre raccolte dell’Istituto. L’opportunità di un lavoro su così grande scala ha consentito di misurarsi su molti dei principali aspetti peculiari di questo tipo di beni, primo fra tutti il fatto di essere oggetti con un loro funzionamento. Nel tempo è maturata una consapevolezza che ha visto da un lato il superamento dell’idea del ripristino del funzionamento a tutti i costi, tipica più delle riparazioni che dei restauri, e dall’altro il riconoscimento del ruolo centrale che ha tale aspetto per lo studio e la comprensione di questo tipo di beni. La necessità, durante il restauro, della conoscenza dei meccanismi di funzionamento costituisce quindi una forte peculiarità (Bonsanti
2000). Ciò è più evidente soprattutto per alcuni apparecchi come il motore di Froment (c) qui considerato (Brenni 2000, pp. 222-224). Si tratta di un motore di tipo magnetoelettrico ad attrazione proposto nel 1845 da un costruttore di strumenti scientifici, Paul Gustave Froment (1815-1865). Questo tipo di motore era in grado di azionare delle macchine operatrici ed era per questo scopo che Froment lo aveva messo a punto, per le necessità della sua officina di produzione. Nel nostro caso è invece costruito in piccole dimensioni e, per i suoi usi didattici, è collegato, tramite una puleggia, un
braccio e un bilanciere di ottone, al modello di una pompa aspirante elevatoria impiegata per innalzare l’acqua del suo bacino di deposito (per vedere lo strumento in funzione si rimanda al sito: https://www.youtube.com/florencefst, nel
menù playlist alla voce “electrodynamics and electromagnetism”).
Durante il restauro è stato accuratamente studiato in modo da poterne verificare il funzionamento senza rischiare danni all’oggetto. Questi studi devono inoltre essere accompagnati da una capacità manuale e pratica che si acquisisce solo
con l’esperienza. Il motore magnetoelettrico, come la maggior parte degli strumenti scientifici di interesse storico, non potrebbe comunque sopravvivere ad un impiego continuo e costante e viene quindi messo in funzione solo in occasioni
molto particolari.
Il percorso attivato con i restauri della collezione negli anni Ottanta, che hanno compreso il recupero di alcuni apparecchi alluvionati (cfr. cat. n. 57), ha consentito di costituire un laboratorio di restauro specializzato che ha potuto così mettere a disposizione le proprie competenze anche per altre collezioni.
La bobina di induzione costruita dalla Marconi’s Wireless Telegraph Company (d) fa parte del patrimonio storico scientifico dell’Università di Firenze ed è stata restaurata nel suddetto laboratorio. Apparecchi come questi, già ampiamenti diffusi all’epoca, vennero impiegati da Marconi per generare le onde elettromagnetiche necessarie per la comunicazioni di telegrafia senza fili, di quella cioè che sarebbe divenuta la trasmissione radio (Wessel 2004).
Anna Giatti
Bibliografia: Bonsanti 2000; Brenni 2000, pp. 222-224; Wessel 2004; Brenni 2009.
Bibliografia del catalogo a stampa
