Saggio di Gisella Guasti
Al mio amico Sergio Marchini,
ironico irriverente e colto
un angelo della mota con grandi ali arruffate
Benché avessero tre volte provato i Fiorentini quanta fosse la forza del vendicativo Arno, ciò nonostante vollero serrarsene in Casa un maggior corpo, nel ridurre a buon termine, intorno al 1324,il terzo e ultimo più ampio Cerchio della Città, principiato l’anno 1284. Fino a quì aviamo veduto, che i nostri Progenitori, nel corso di 247 anni, fecero il possibile per portare via all’Arno una striscia del suo giusto e necessario Letto, pretendendo di obbligarlo a camminare per una Fossa angusta e strozzata, e piena di risalti ed ostacoli fortissimi: ora vedremo come l’Arno seppe vendicarsi, ed armata mano ricuperare il suo necessario Letto.
Egli nel 1333. a dì 4.Novembre gonfissimod’acque, e quasi sdegnato delle angustie, nelle quali pretendevano tenerlo i buoni Fiorentini, dando una furiosa capata al Ponte Vecchio, ed altri due di S. Trinita, e della Carraia, gli rovinò, e gli portò via insieme colla Pescaia d’Ognissanti; indi per rimettersi in possesso del suo antico e conveniente Letto, fece un’orribile tagliata di terreno, e di Casamenti, da dov’è ora il Palazzo de’ Giudici della Ruota, per tutto dove sono ora i lungarni, fino alle Mulina della Porticciuola del Prato, e dalla riva opposta rovinò tutte le Case di Borgo S. Iacopo sopra di se fondate, e 600.braccia di Muro dall’Uccello. Questa era l’occasione, opportuna per i Fiorentini, di correggere l’antico errore, e di fare una transazione col ribelle Arno, accordandoli il pacifico godimento del necessario Letto, ch’egli aveva recuperato con violenza. Eppure, Dio lo perdoni loro! Non seppero profittare del successo, anzi piccatisi di fare ai cozzi con gli Elementi, vollero pazzamente ritogliere la preda all’Arno, rifabbricando le Spallette sugli avanzi delle antiche (1).
Questo insensato approccio all’Arno che Giovanni Targioni Tozzetti, nominato nel 1739, prefetto della Biblioteca Magliabechiana, descrive nella sua Disamina, indirizzata a Pietro Leopoldo di Toscana, non migliorò negli anni seguenti e, puntualmente, e per l’ennesima volta, l’Arno “seppe vendicarsi, ed armata mano ricuperare il suo necessario Letto” (2), esondando il 4 novembre del 1966. Travolse Firenze e travolse la Biblioteca Nazionale, costruita con colpevole imprudenza a pochi metri dall’argine, rovinando su un milione di unità bibliografiche, cataloghi, scaffalature, suppellettili. In mezzo agli altri, l’acqua (3) travolse anche i volumi che costituivano i fondi storici della Biblioteca ovvero i Grandi formati Palatini e Magliabechiani e il corpo delle Miscellanee Magliabechiane che erano collocati nel sottosuolo (4) e parte della collezione Magliabechiana che si trovava al piano terreno rialzato.
Lo sbigottimento per l’immensità della tragedia che, nelle ore susseguenti al disastro, sopraffece il direttore, Emanuele Casamassima, con gli sparuti impiegati che accorsero in Biblioteca già il giorno seguente, non gli impedì di prendere saldamente in mano la situazione organizzando, fin dal 6 novembre, il recupero dei libri dai magazzini, tramite catene umane formate dai volontari accorsi senza indugio per salvare i libri della Nazionale e che presto raggiunsero una media giornaliera di circa 500 unità (fig. 1).
Passando di mano in mano, i Palatini e i Magliabechiani, estratti per primi, furono portati al primo piano, nel chiostro del Brunelleschi dove vennero in parte interfogliati e in parte scuciti e messi ad asciugare all’aria; altri, invece, in attesa di un trattamento, furono accatastati in grandi mucchi, prima nella sala della Distribuzione poi in tutti gli spazi disponibili in Biblioteca, non toccati direttamente dall’acqua. Un numero consistente fu trasferito alla Centrale termica delle Ferrovie dello Stato dove era presente acqua calda e fredda, per essere pulito, slegato e sommariamente lavato dai volontari (figg. 2, 3):
Anche qui il lavoro si svolgeva a catena, per ottimizzare sia i tempi di lavoro che quelli di formazione dei volontari inesperti, che dovevano così apprendere una sola operazione; considerata la precarietà dei mezzi a disposizione e l’impreparazione dei volontari, la velocità con cui progredivano era davvero notevole: i volontari, che lavoravano su tre turni ventiquattrore su ventiquattro riuscivano infatti a lavorare dagli ottanta ai cento libri al giorno (5).
Settemila tra i libri più preziosi, presero invece la via dei laboratori di restauro italiani, come quello dell’Istituto di Patologia del Libro, dei monaci di Grottaferrata o dell’Abbazia di Praglia che avevano la possibilità di asciugarli e di continuare poi nell’operazione di recupero. Ma erano tutti palliativi di fronte a una quantità di libri bagnati che si presentava ancora enorme e che presto saturò tutte le strade intraprese; così Casamassima, consapevole del pericolo incombente di trovarsi libri e giornali distrutti dalle muffe e conscio quindi di dover provvedere alla loro asciugatura nel più breve tempo possibile, prese la decisione di ricorrere agli essiccatoi industriali disponibili nei dintorni di Firenze e nelle regioni vicine: delle porcellane a Sesto Fiorentino, di mattoni a Borgo San Lorenzo e dei tabacchifici di Bologna, San Giustino e Città di Castello. Non il modo migliore in assoluto per asciugarli ma deformazioni di coperte (presto distaccate dai volumi e asciugate a parte) o bordi incollati per la gelatina migrata, non furono nulla rispetto al fatto che migliaia e migliaia di libri e giornali furono, di fatto, salvati per noi (6).
I libri essiccati vennero convogliati al Forte Belvedere, offerto dalla Soprintendenza alle Belle Arti e attrezzato con 12.000 metri di scaffalature, e lì preparati per il restauro da due bibliotecari della Nazionale, Carla Bonanni (fig. 4) e Luigi Crocetti, cui si aggiunsero esperti inglesi, Anthony Cains, Dorothy Cumpstey e Peter Waters che ne descrivevano le condizioni e fornivano le prime, essenziali prescrizioni di intervento tramite simboli, riportati su una striscia di carta poi inserita nel libro; un sistema senza lingua, che rendeva le comunicazioni celeri e comprensibili al personale che era eterogeneo e parlava idiomi diversi.
La striscia costituirà il nocciolo di quella che sarà la scheda di restauro che, con un percorso analitico, anch’esso legato alla rapidità di compilazione, alla necessità di non tralasciare elementi e alla facilità di consultazione futura, accompagnerà poi ciascuno dei libri che entrava nel ciclo di restauro (7) e questo costituì già di per sé un’innovazione rispetto alla norma, in cui ci si limitava ad un approccio superficiale al problema.
La scheda prevedeva la descrizione della struttura originale su cui basare gli interventi futuri e utile a conservare quegli elementi, come le cuciture, che poi sarebbero andati necessariamente perduti al termine delle operazioni di restauro; conteneva poi la descrizione dei danni (per quanto standardizzati perché resi simili dall’alluvione subita) e la prescrizione degli interventi (materiali e tecniche). Dotare ogni volume di scheda era strettamente legato al fatto che Firenze trattò il singolo libro come se fosse una cosa unica, a prescindere dal suo pregio e dalla sua valenza estetica, astraendolo dal giudizio personale di chi ne decideva le sorti restaurative.Un libro la cui componente materiale fu considerata alla stregua di quella testuale la conservazione della quale, fino a quel momento, aveva costituito il motivo e il supremo fine del restauro. A Firenze si parla invece di rispetto (8) per l’oggetto libro, i cui elementi permettono di ricostruirne la manifattura che, al contrario del testo che può essere riprodotto, trova la sua unica documentazione nel libro stesso.
Nella primavera del 1967, le lavorazioni confluirono tutte in Biblioteca, nella cui sala di lettura furono allestiti tavoli per il rattoppo e per la legatoria; ai periodici fu invece predisposta l’area per le operazioni umide e fu impegnato il terzo piano, non ancora occupato, dell’ala nuova della Biblioteca, la quale diventò uno spazio che, da allora e per trent’anni, sarebbe stato tutto dedicato “all’alluvionato”.
Fu dunque questo il primo nucleo del Laboratorio di restauro creato dal nulla, per reazione a una tragedia, grazie ai finanziamenti dei comitati internazionali (principalmente CRIA e IAARF (9) che si erano costituiti e all’apporto di legatori esperti, da allora denominati “gli stranieri”, che giunsero a Firenze immediatamente dopo l’alluvione (10). Fra i primi si presentò il gruppo indicato dal British Museum che, già il 26 novembre, cominciò ad organizzare il recupero secondo un impianto strutturato e ad addestrare i volontari che erano del tutto a digiuno di restauro.
Si calcola che, a dicembre, i volontari che prestavano la loro opera fossero circa 135; su un biglietto dal titolo Condizioni, Alfiero Manetti (11) che si occupava del personale, scrisse:
A coloro che s’impegnano per almeno 1 mese ad un turno, vengono riconosciute le 4 ore giornaliere (£ 2000). A coloro, che oltre al turno scelto, fanno il secondo turno oppure le 4 ore, viene riconosciuto il diritto a 1 buono mensa oppure £ 350 in contanti […];
oltre a questa remunerazione, nei locali della Consultazione della Biblioteca fu allestita la mensa e nella Sala Musica fu organizzata, molto prima che si muovessero le istituzioni locali, una campagna di vaccinazione antitifica e antitetanica, estesa poi a tutto il quartiere. A gennaio, la Biblioteca, che non poteva più permettersi di tenere personale senza assicurazione in un ambiente precario, prese contatti con la Cooperativa LAT12, concordando di farle assumere i volontari presenti, giunti casualmente in Biblioteca per aiutare e poi rimasti insieme agli ex operai della Würer la cui fabbrica era stata chiusa dopo l’alluvione.
Il Laboratorio di restauro dunque, guidato da Luigi Crocetti, in qualità di bibliotecario e da Tony Cains (fig. 5), come tecnico, fu organizzato in una serie di reparti, alla stregua di una catena di montaggio: prima specificazione, collazione, smontaggio, operazioni umide, rattoppo, collazione finale, legatoria, doratura, col supporto di un laboratorio chimico, in cui gli operatori erano impegnati ciascuno in via esclusiva, il che fu un vantaggio non solo rispetto alla produttività ma anche rispetto all’esigenza, già emersa alla Centrale termica, di far imparare una sola operazione a personale non esperto.
Sempre all’insegna della velocizzazione delle tecniche, senza tuttavia mancare mai di rigore, furono utilizzati materiali nuovi come la carta giapponese, a fibra lunga, per il rattoppo delle carte (fig. 6) e nuove tecniche come l’imbrachettatura per la ricongiunzione dei bifoli staccati ottenendo, comunque, risultati senz’altro soddisfacenti e adeguati agli alti standard (sia come raffinatezza di tecniche di esecuzione che come alta qualità e reversibilità dei materiali) adottati dal Laboratorio e che spesso, a dirla tutta, avevano suscitato rimostranze da parte di quanti, molti, volevano concludere il più rapidamente possibile il recupero del materiale alluvionato, invitando Firenze a cedere ad un restauro approssimativo e, al limite, trascurato ma quantitativamente consistente.
Anche riguardo agli adesivi, furono scelte le metilcellulose e una soluzione di amido di riso, poi abbandonata, sempre per praticità di preparazione e per una maggiore salvaguardia dalle future infestazioni. Le carte furono tutte deacidificate con idrossido di calcio e rinsaldate per restituire loro la collatura superficiale, perduta con l’immersione in acqua (fig. 7). Anche dal punto di vista della riproposizione delle nuove legature, là dove non era possibile rimontare la coperta originale, fu fatto uno sforzo per renderne la prescrizione rapida ma coerente col periodo di edizione del testo e quindi con la corrispettiva manifattura; gli anni dal 1500 al 1840 (data in cui si faceva convenzionalmente iniziare la produzione del libro moderno) furono divisi in archi temporali denominati valori dall’1 al 5 che comprendevano ciascuno strutture caratteristiche dei vari periodi storici, individuate studiando le diverse componenti dei volumi (13).
Per ciascun valore erano definiti in modo sintetico le possibili tipologie di: fogli di guardia, coperta, cucitura, assemblaggio ai quadranti, capitelli, indorsatura, dorso, doratura, così da poter procedere a prescrizioni celeri ma corrette il che, nei primi tempi, avrebbe permesso anche a personale non perfettamente specializzato di mettere a punto dei progetti complessivamente validi. Prescrizioni che trovavarono senso e supporto nella scelta di ricorrere
alla creazione di una legatura puramente funzionale; la quale cioè soddisfi tutte le esigenze di consolidamento e di conservazione del volume ma non abbia alcuna pretesa estetica, alcuna bellezza, salvo quella che è insita nella rispondenza stessa dell’oggetto alla propria funzione (14).
Una affermazione di Casamassima di alcuni anni prima, che trovò terreno fertile anche nel fatto che il legatori inglesi giunti a Firenze, facevano riferimento all’insegnamento di Douglas Cockerell (1870-1945) che era stato un rivoluzionario nel campo della legatoria, dal momento che aveva introdotto per la prima volta i concetti di stabilità e durabilità [permanence e durability], non solo delle strutture, ma anche dei materiali che le costituiscono, in una concezione del libro visto come strumento destinato all’uso. Questo tipo di approccio portava la sua scuola a un forte interesse per la storia della legatura, che veniva studiata non per motivi estetici, alla ricerca di stilemi da utilizzare in strutture moderne, ma come punto di partenza per la manifattura di strutture durevoli e di migliori modalità di conservazione (15).
Infatti, caratteristica legatura di Firenze diventerà quella in pergamena floscia, con assemblaggio puramente meccanico, senza adesivi, tenuta insieme solo da una serie di incastri. Riportato in uso dagli “inglesi”, contrapposto a quello staccato in uso nelle legatorie italiane di allora, anche il cosiddetto dorso attaccato che preveniva meglio le rotture dei piatti lungo la linea di cerniera, dovute alle ripetute aperture del libro.
L’attività del Laboratorio, così come via via si sviluppò, fino a diventare sistema (16), rappresentò il fermento manuale e intellettuale proprio dell’officina rinascimentale che lo hanno animato e che ha trovato il suo punto più alto nel progetto di un Centro di restauro, pensato come una struttura permanente dedicata alla formazione del personale e alla ricerca nel campo della conservazione di materiale librario, che sembrava a portata di mano ancora negli anni Settanta. Un disegno che fu invece boicottato dal Ministero, dall’Istituto di Patologia del Libro, dai restauratori privati fiorentini e, sostanzialmente, dall’assenza di finanziamenti e iniziò la sua discesa, già preconizzata da molte delle istituzioni esterne alla Biblioteca e da parecchi dei suoi impiegati, diffidenti nei confronti delle gabbanelle bianche che si erano inopinatamente mescolate a loro che, di bianco, avevano il colletto, fino all’abbandono definitivo del progetto stesso e all’assunzione degli operatori della Cooperativa nei ruoli dello Stato, nel marzo del 1976.
Oggi il Laboratorio conta un numero esiguo di personale, falcidiato dall’avanzamento dell’età degli operatori e dalla mancanza di concorsi per rinnovarlo e permetterne la continuità delle tradizioni o, a questo punto, la continuità tout court, la sopravvivenza; ma, a dispetto di tutto, esso mantiene lo stesso spirito teso al futuro e al nuovo e lo stesso rigore qualitativo nell’esecuzione e nella progettazione del restauro, uniti alla volontà di ampliare i propri orizzonti e le proprie specificità, impegnandosi verso la manutenzione ordinaria ma anche e soprattutto verso la prevenzione dell’emergenza, in coerenza con il disastro che lo ha preceduto e che, forse, se si fosse stati anche minimamente preparati, si sarebbe potuto evitare almeno in parte (17).
Consola relativamente che, comunque, come talvolta accade nelle tragedie, proprio la catastrofe dell’alluvione sia stata il fondamento della nascita e della costruzione del Laboratorio fiorentino. Non proprio un fatto da nulla, tenendo conto che i principi che lo hanno improntato, hanno cambiato radicalmente il modo di concepire il restauro in Italia. Un’esperienza grandiosa. E noi che ne abbiamo ereditato la gloria e il peso, cercheremo, finché ci sarà possibile, di esserne degni.
- Targioni Tozzetti 1767, ed. 1993, pp. 8-9.
- Ivi, p. 8.
- “Il livello dei volumi esondati continuò a salire con qualche momento di particolare irruenza – come quello in cui l’ondata di piena di mezzogiorno raggiunse i lungarni antistanti la Biblioteca – fino a riempire completamente i seminterrati e a raggiungere i due metri circa di altezza al piano terreno, dove erano collocate la sala di lettura generale, la sala periodici, la sala dei cataloghi e moltissimi uffici, oltre che alcuni piani delle torri librarie, fino a raggiungere un totale di circa sette metri di altezza”; in di Renzo 2009, p. 158.
- Al momento del trasferimento della Biblioteca dagli Uffizi a piazza Cavalleggeri, ci si accorse che i 18 Km di scaffalature in ferro montati dal Genio civile, che avevano uno profondità di cm 26, non potevano contenere i 25.000 Grandi Formati Palatini e Magliabechiani che, così, furono estrapolati dalle loro collezioni e sistemati nel sottosuolo, in scaffalature di misura adeguata.
- di Renzo 2009, p. 190.
- “E se qualche ulteriore danno fu portato ai libri […] esso è del tutto accettabile quando si pensi che servì a dare la pura e semplice possibilità di conservare quei libri in futuro e che quel tipo di danni si riduce quasi sempre, a ben guardare, a un po’ di lavoro supplementare durante le operazioni di restauro”; in Crocetti, Cains 1970, pp. 28-29.
- Furono selezionati 120.000 volumi tra i più antichi e preziosi da immettere nel “sistema“ che fu il primo tentativo di organizzare il restauro di massa in campo librario.
- Barberi 1967.
- L’americano Committee to Rescue Italian Art (CRIA) e l’inglese Italian Art and Archive Rescue Fund (IAARF).
- A proposito dei ritardi degli aiuti italiani, Casamassima, in una celebre intervista alla rivista “Il Ponte”, dichiara che “Le iniziative di soccorso, diciamo così, ufficiali, sono giunte in ritardo, in modo frammentario” e aggiunge che “Sono mancate la necessaria mobilitazione dei colleghi di altre biblioteche e una coordinata azione delle soprintendenze bibliografiche, dei laboratori di restauro; iniziative dei singoli bibliotecari non sono state incoraggiate. L’aiuto finanziario, tempestivamente deciso dal Ministero della Pubblica Istruzione, non è ancora arrivato in Nazionale per la lentezza dell’apparato burocratico”; in Intervista con Casamassima 1966, pp. 1405-1411: 1408.
- Alfiero Manetti e Ivaldo Baglioni, un impiegato esecutivo e un aiuto bibliotecario, nominati da Casamassima ‘vicedirettori sul campo’, furono tra i maggiori collaboratori del direttore.
- Acronimo di Lavoratori Addetti al Traffico, una cooperativa che si occupava della pulizia dei treni e che, in quel periodo, si trovava in dismissione.
- Valore 1 – 1500-1560; valore 2 – 1560-1770; valore 3 – 1770- 1820; valore 4 – 1820-1840; valore 5 – dopo il 1840.
- Casamassima 1957, pp. 13-21: 21.
- di Renzo 2009, pp. 211-212.
- Cains 1991; cfr. anche l’opuscolo di A. Cains, The Restoration System (BNCF, Laboratorio di restauro, Archivio storico).
- Dichiarò Casamassima in un’intervista a “Il Ponte” : “Un preallarme di poche ore, anche solo nella sera del 3 novembre, sarebbe stato di vitale importanza per l’istituto, perché avrebbe permesso di salvare i cataloghi a volume della Magliabechiana e della seconda Palatina, l’archivio della Biblioteca e forse alcune fra le più preziose stampe e carte geografiche, per un complessivo numero di pezzi estremamente limitato, ma di grande valore, anche nell’ottica delle successive operazioni di identificazione e restauro dei pezzi alluvionati appartenenti alle collezioni storiche”; in Intervista con il direttore Emanuele Casamassima 1966, p. 1405.
Bibliografia del catalogo a stampa
